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lunedì 14 gennaio 2013

Viaggio nel mondo del "kitsch"

Sono ormai finite la vacanze di Natale e da più di una settimana ognuno è tornato alla propria occupazione (con qualche chilo in più). Anche noi del blog, dopo gite fuori porta (come ha fatto Federica) o abbuffate epiche (come, invece, ho fatto io) abbiamo finito le nostre ferie: innanzitutto colgo l'occasione per ringraziare tutti i visitatori, in circa quattro mesi abbiamo superato le 3000 visite, che dire... Grazie di cuore a quanti apprezzano il nostro operato ed il nostro impegno!

Il maestro Teomondo Scrofalo brinda con noi
C'è una cosa che, però, mi ha lasciato particolarmente stupefatto: delle oltre 3000 visite circa 900 le ha ricevute il mio articolo in memoria del maestro diTerracina, Osvaldo Paniccia. Pur non essendo proprio un genio della matematica, risulta piuttosto facile accorgersi che, sostanzialmente, circa un terzo delle visite che il nostro blog ha ricevuto le dobbiamo tributare al “monarca assoluto della pittura” (volendo fare una citazione biblica «Date a Cesare quel che è di Cesare»)... Vi svelo un piccolo segreto del blog: mentre i due tecnici continuano a fare tranquillamente il loro lavoro, fra Federica, Raffaela e me vige una piccola tradizione, ci piace fare a gara a chi ha l'articolo più visitato, chi vince ha in cambio stima ed ammirazione. Fino a un mesetto fa eravamo tutti alla pari, ma poi il sottoscritto ha pubblicato quell'encomio funebre e la classifica attualmente mi vede vincitore senza speranza di recupero da parte delle mie due colleghe (vi voglio bene comunque, ragazze). Voglio essere sincero, teoricamente oggi avrei dovuto dedicare il mio articolo alla terza parte del confronto fra i pittori e i registi, inaugurato con Goya ed il cinema Weird e proseguito con Cronenberg e Bacon, ma all'ultimo momento ho deciso di spostarmi da quanto concordato e di fare una delle mie tipiche “alzate di ingegno”(rimando il terzo appuntamento della serie “Pittori vs. Registi” ad un'altra volta).  
Abbiamo già parlato, in uno dei nostriprimi articoli, dell'inarrivabile Andrea Diprè, avvocato,critico d'arte, talent scout (playboy e filantropo... oh no,aspettate, quello era un altro!) e un mese fa abbiamo dedicato un articolo al fiore all'occhiello delle scuderie di Diprè, Osvaldo Paniccia (pace all'anima sua): sappiamo che il Dott. Avv. Prof. Andrea Diprè sta spopolando nel mondo del web (e con lui, tutti i suoi “artisti”), ma nel web c'è anche una quantità impressionante di siti e blog dedicati a tutta quella produzione (cinematografica, musicale, artistica o di oggettistica) che può essere considerata, in una sola parola, “brutta”, o anche “trash” come direbbero gli Inglesi che significa, appunto, spazzatura. Sembra proprio che la cultura underground di internet nutra una vera e proprio culto verso «le buone cose di pessimo gusto» (come direbbe Guido Gozzano) ed il successo che ha avuto il mio articolo per il maestro Paniccia mi ha spinto a dedicare questo intervento di oggi ad alcune considerazioni sulla storia e sul concetto stesso di “kitsch”.


Il termine «kitsch» ha origini tedesche che sta ad indicare, in generale, tutto ciò che può essere considerato di pessimo gusto: spesso è stato associato all'idea di una degradazione dell'arte, riferendosi con esso a tutta quella produzione artistica svenevole, frivola e patetica, che non presentava quegli aspetti di originalità e creatività propria dell'arte “autentica”. Volendo essere più precisi ecco cosa si trova scritto nell'Enciclopedia Treccani sotto la definizione di kitsch:

«... il termine, assunto nel lessico intellettuale internazionale, passò a indicare quell’aspetto del cattivo gusto che contrassegna la produzione estetica destinata alle attese dell’uomo medio della civiltà contemporanea.»

Non è tanto il “cattivo gusto” a rendere un oggetto kitsch, ma è più il suo “spirito”, l'idea dietro la sua creazione: un prodotto nasce da un'idea e da un'aspettativa che si ha dietro questa idea, un oggetto di pessimo gusto è frutto, magari di una produzione povera o “casereccia”, l'oggetto kitsch no invece, esso ha la pretesa ridondante di autenticità e di rispetto dei valori formali ed estetici, quando invece è tutto frutto di una mera scopiazzatura.


In campo artistico ciò si traduce come una degradazione dei più importanti temi sociali, familiari e religiosi che, perdendo la loro carica “problematica”, si trasformavano in semplici “luoghi comuni”: da qui, parte il nostro viaggio alla scoperta del kitsch nelle varie epoche e nelle varie arti. Sorvolando la speculazione filosofica sul concetto di “estetica” iniziato da Kant, il termine «kitsch» fa, per la prima volta, la sua comparsa nel 19° secolo, su un saggio di Clement Greenberg in cui definisce i movimenti di avanguardia e del modernismo come i migliori mezzi per resistere alla cultura del consumismo e quindi della produzione kitsch. Già dall'inizio dell'Ottocento molta produzione letteraria era dedicata al consumo, libri frivoli e leziosi che degradavano il concetto stesso di “Romanticismo”, privandolo di quella tensione al sublime e rendendolo solo un sinonimo di sentimentalismo esasperato, fra gli esempi più famosi si può vedere il famoso “romanzo d'appendice”, di cui una delle più famosi autrici fu Carolina Invernizio. La Invernizio vanta un “corpus letterario” notevole, che farebbe impallidire anche il più prolifico degli scrittori, questi romanzi che le portarono notevole fama si basavano su una pallida ed inaridita scopiazzatura di tutti quei temi che animavano la cultura “alta” (primi fra tutti le idee del Verga e di Fogazzaro), ma proprio l'appiattimento di queste tematiche le rendeva dei banali clichè, dei semplici luoghi comuni.
Volendo essere un po' cattivelli si potrebbe dire che da una costola della Invernizio prese vita tutto quel filone di produzione letteraria che oggi ha portato ad autori come Federico Moccia o Fabio Volo di pubblicare i loro romanzi e di avere successo: volendo gettare un rapido occhio critico alla produzione letteraria di Moccia si vede subito come il mondo dei giovani (un microcosmo che nasconderebbe infinite sfaccettature e problemi) sia trattato con una superficialità e con una banalità che rendono uno spunto, potenzialmente interessante, una storiella d'amore scialba e frivola.


Con l'avvento del cinematografo l'estetica kitsch va ad infilarsi anche nel mondo del cinema, dove cambia nome e si fa chiamare “cinematografia trash” (o b-movies, per i più anglofoni). Si tratta di tutti quei film dove, per mancanza di budget, si ricorre ad attori al limite dell'amatoriale e ad effetti speciali che suscitano scoppi incontenibili di ilarità; molte volte dietro il dilettantismo si può nascondere anche una buona idea (per chi frequenta questo ambiente, basta vedere un film qualsiasi del leggendario Ed Woodd), altre volte invece si tratta solo di plagi malriusciti che puntano a sfruttare il successo di film molto più famosi sperando di imbrogliare qualche spettatore meno avveduto. Alle volte i registi, consapevoli di non girare “Via col vento” sfruttavano un'arma a costo zero che poteva ribaltare le sorti di una pellicola, trasformando un b – movie in un piacevole visione, l'autoironia: se anche questa veniva a mancare e c'era, anzi, la pretesa di star girando un capolavoro o la convinzione di essere dei visionari Stanley Kubrick squattrinati ,nascevano i film definiti “trash” che, per paradossale che possa sembrare, fanno ancora più ridere di quelli in cui era stata aggiunta una sana dose di ironia!

Carrellata di alcuni dei più micidiali film "trash"
Anche nell'architettura e nel design il kitsch vuole la sua parte, e per farsi riconoscere, si definisce come un oggetto la cui forma non sia strettamente legata alla funzione e che, spesso, presenta forti rimandi baroccheggianti e stuccosi.


Questo vale anche per le arti visive, naturalmente. Partendo dal leggendario Teomondo Scrofalo (la famosa tela venduta da Ezio Greggio durante “L'asta tosta” al Drive-in) la tradizione pittorica del kitsch è basata sempre sulla degradazione di opere famose che diventano di un linguaggio accessibili a tutti e che ha la sola funzione di arredare, ed è qui che arriva il nostro ineguagliabile Andrea Diprè! Fondamentalmente quelle pitture che egli presenta, altro non sono che sfoghi al pari di un hobby di persone normali, galvanizzate dall'aspettativa di una carriera nel mondo dell'arte queste persone arrivano a pensare “Dunque io sono un artista!” e la pretenziosità della loro aspirazione cozza tremendamente con le loro brutte pitture, facendo salire iperbolicamente il livello di kitsch. Ovviamente il caso più famoso è quello del maestro Paniccia, un anziano signore che probabilmente dipingeva per passione e senza nessuna aspettativa, magari fino a due anni fa nessuno avrebbe voluto un quadro del genere in casa e magari sarebbe stato perfino un regalo poco gradito per alcuni, adesso invece Paniccia, dopo la sua serena dipartita, è stato eletto a leggenda della pittura, permettendo a Diprè di pubblicare questo su Twitter.  

Volendo spezzare una lancia in suo favore, si potrebbe dire che la produzione kitsch è immediatamente comprensibile: la cosa rende quindi possibile la loro fruizione a chiunque, i concetti descritti non nascondo nulla e la loro banalità, il messaggio va diretto dal produttore all'osservatore, l'interpretazione è già veicolata nel messaggio (il medium È il messaggio!). Al riguardo scrive Milan Kundera:

« Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria […] un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. [...] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile»

C'è però un ultima aspetto che reputo molto preoccupante, fra gli studiosi del rapporto fra arte e società e delle problematiche legate al concetto di kitsch c'era anche Hermann Broch che ha coniato il termine “kitsch – mensch”, ossia “uomo kitsch”, prodotto di una società in cui alla mancanza di valori etici di base si tenta di sopperire con l’esaltazione di valori estetici facili e fittizi.
Non vorrei essere troppo pessimista... ma non vi sembra una situazione fin troppo attuale?  

                                                                                                            - P. 

mercoledì 5 dicembre 2012

Intervista: quattro chiacchiere con Michele Laurenzana

Michele Laurenzana è nato a Modena nel 1983, geometra e laureando dell'Università Politecnica delle Marche al corso di laurea specialistica in Ingegneria Edile-Architettura.
Ha partecipato a vari concorsi in ambito architettonico ed urbanistico e nel 2008 ha seguito la promozione di un gruppo (i Milagro) per San Remo Giovani. “La Segreta Verità” è il suo primo romanzo.
Mi sono trovato a conoscere Michele in un'occasione un po' particolare all'università e, affascinato dalla sua esperienza per certi versi simile alla mia, ho deciso di chiedergli un'intervista per il nostro blog che voglio condividere con i lettori.


P: Allora, sarà un po' banale come inizio, ma la prima domanda che voglio farti è come hai coltivato nel tempo il rapporto con la scrittura, partendo sin dall'adolescenza.
M: È una cosa nata dai tempi delle superiori, perché la professoressa di italiano delle superiori ci dava delle tracce tematiche e noi dovevamo costruirci un racconto sopra. Durante l'infanzia non è che abbia letto moltissimo, leggevo giusto i libri più banali e più stupidi che ti davano da leggere, però da questo input di inventare storie è partito tutto tant'è che nei temi avevo voti molto bassi, mentre quando invece bisognava inventarsi dei racconti prendevo anche voti molto alti che la professoressa non dava mai. Da lì è nata la passione del leggere e dell'approfondire, invece “La segreta verità” è nato quasi come uno sfogo iniziale, un diario di viaggio di un periodo della mia vita un po' particolare, poi adattato in un racconto lungo.

P: Il luogo comune vuole l'ingegnere come una persona molto schematica, anche se in realtà questo tuo aspetto mi ricorda molto Carlo Emilio Gadda, autore del libro “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, anch'egli ingegnere. Mi interesserebbe sapere come lo studiare in una facoltà come Ingegneria Edile-Architettura abbia contaminato il tuo rapporto con lo scrivere, visto che mi ritrovo io stesso in una situazione analoga alla tua: personalmente ho visto come questa facoltà mi abbia dato lo stimolo ad essere più ordinato nel pensare. Vorrei sapere se anche tu hai avuto provato qualcosa di analogo o se tieni separati i due ambiti, lo studio e la passione letteraria.
M: Come te frequento un corso che è sì di Ingegneria, ma è appunto Ingegneria Edile-Architettura, che rappresenta un po' questo dualismo che ho sempre avuto dentro: apparire una persona seria ma tenere dentro una vena artistica ed estroversa, ho fatto teatro per due anni.
Proprio l'aspetto architettonico è importante: con un edificio, aldilà della funzionalità, devi cercare di trasmettere emozioni, paradossalmente nel raccontare una storia, seppure le modalità siano diverse, lo scopo è lo stesso. Il fatto di avere una storia da raccontare rappresenta forse l'ambito più architettonico, ma l'aspetto ingegneristico, confermando quello che dicevi tu, mi ha aiutato a mettere dei paletti e a raggiungere l'obiettivo in maniera più concreta.

P: Volendo fare un paragone, ho sempre pensato che costruire una storia sia un po' come costruire un edificio...
M: Quando si progetta, si è abituati a farsi uno schema: si punta l'obiettivo finale e si vedono quali strade portano a questo obiettivo, inserendo così i vari tasselli che ti portano a realizzare una costruzione. Ho applicato gli stessi principi nello scrivere il libro: avevo un obiettivo finale (che mi ero scritto) ed ho cercato delle caratteristiche che permettessero alla storia di “stare in piedi” (ndr: altro paragone ingegneristico!). Ho applicato dei metodi “scientifici” su qualcosa che di scientifico aveva ben poco, la storia in sé per sé l'ho realizzata in circa un mese, poi ho solo rielaborato quanto ideato all'inizio.

P: Parlando proprio del romanzo... Quali sono state le tue influenze? Mi riferisco sia alle esperienze biografiche che, come sappiamo, formano una persona e sono spesso fonte di ispirazione, sia a livello artistico quei personaggi che per te hanno avuto un peso rilevante nel formare il tuo stile.
M: Quando ho iniziato a scrivere il mio romanzo non stavo vivendo un periodo particolarmente bello della mia vita. La notte del concepimento della storia risale ad una sera, durante la quale sono andato con alcuni amici al cinema a vedere “Shutter Island”: mi ha affascinato come, nel finale, dopo quasi tre ore di film lo spettatore si rendesse conto di non aver capito nulla della trama del film. Da questa fascinazione per un regista o uno sceneggiatore capace di ideare una storia così articolata, ho avuto la voglia di mettermi in gioco e sfidare me stesso per vedere se ero capace di realizzare una storia, anche se sapevo di non avere nessuna base letteraria solida. Ammiro molto Baricco, soprattutto per il suo particolare uso della punteggiatura che sembra dare più valore alla parola, ma anche Stefano Benni, per il modo di dare un risvolto apparente ed illusorio alla storia.
A livello personale, è stata la vita stessa a dare corpo al nucleo de “La segreta verità” che ho cercato di adattare ad una storia quasi cinematografica: proprio questo è quello che la gente sembra apprezzare di più del mio romanzo. Probabilmente più che farmi influenzare da scrittori ho preferito seguire più un filone cinematografico.

P: È molto interessante questo dualismo con il cinema: personalmente anche io guardo molto al rapporto fra l'arte ed il cinema, credo sia limitante vedere le varie arti come compartimenti stagni separati fra loro... Mi ha molto colpito questo tuo essere “regista” del tuo romanzo.
M: L'arte non può essere univoca, quando scrivi una storia giochi a fare Dio: mentre negli altri campi sei spesso manovrato da altre persone quando inventi un racconto sei tu che scegli i personaggi, dai loro un nome, un volto e delle caratteristiche... Diventi effettivamente il regista della tua storia. Piuttosto che applicare un modo di fare “scientifico”su come scrivere una storia, però concepire una storia con gli occhi di un regista aiuta tantissimo: ok lasciare libera la fantasia del lettore ma devi dargli tutto, ad esempio io ho inserito molte canzoni nel romanzo, che è una tattica cinematografica.

P: “La segreta verità” è figlia dell'esperienza che hai vissuto... Quale è stato l'iter di formazione del romanzo? Trovo molto bella questa ambivalenza fra l'ispirazione che hai avuto dal film “Shutter Island” e il periodo non bellissimo che stavi vivendo.
M: Se volessi dirtelo a livello schematico sarebbe: periodo particolare, quindi magari avere una persona o un modo con cui sfogarmi... Quindi questa storia che già esisteva, attendeva solo di essere liberata. Un periodo piuttosto lungo di incubazione, quindi: casualmente ho visto quel film e da lì ho avuto la folgorazione per sviluppare la storia. C'era un sostrato che era come una pentola a pressione ed il film è stato il tappo!
Avevo l'inizio e la fine, ma per arrivare alla fine dovevo scrivere cosa accadeva nella parte centrale, altrimenti avrei avuto un'opera incompiuta, ho scritto tutta la storia lavorando notte e giorno in circa un mese. L'incontro casuale con la mia professoressa delle superiori mi ha dato lo stimolo in più per riadattare questo diario in una storia vera e propria.

P: Del film “Shutter Island” ti ha affascinato che ci sia una storia con un finale “a sorpresa” e questa cosa l'hai riscontrata anche nelle opere di Benni. Visto che dici tu stesso che “La segreta verità” è frutto dell'esperienza personale secondo te può essere che, effettivamente, la vita dia dei messaggi o dei segnali che noi fraintendiamo o capiamo solo alla fine?
M: A livello personale questo di sicuro: molti di noi vivono dei percorsi a cui non riusciamo a comprendere ma prima o poi arriverà il momento in cui tutto sarà rivelato, sono frasi dette mille volte ed ognuno le avrà già sentite dagli amici. Nella storia non potevo rendere questo aspetto troppo biografico per motivi personali, per cui sebbene molti personaggi del libro esistano veramente sono stati romanzati, ho cercato di mettere determinate caratteristiche all'interno della storia che potessero un po' avvicinarsi a tante persone... anche perché poi, chi valuta il valore di un racconto è il lettore. Il bello del raccontare una storia ed arrivare alla fine, credendo di aver capito una cosa, e poi, proprio nelle ultime righe, capisci che tutto si rivoluziona, credo rappresenti un po' la vita in generale: uno crede sempre di aver capito tutto ma poi si rende conto di non aver capito proprio nulla... conosci una persona ma non la conoscerai mai fino in fondo. In maniera estremizzata posso dire che la storia dei personaggi, sebbene unica, è un po' la storia di tutti noi.

P: Hai parlato di cinema e del rapporto che ha la tua scrittura con il mondo del cinema, mi hai detto di aver studiato per diversi anni teatro... In che modo il teatro ha contaminato il tuo stile narrativo?
M: Principalmente per i dialoghi: a volte leggo dei libri con dei dialoghi molto banali, sono un aspetto sottovalutato in quanto aiutano il lettore ad immaginarsi ancora meglio la scena. Ho cercato di non metterne troppi, ma nei dialoghi ho applicato quanto ho imparato a teatro... Quando scrivevo scrivevo con la musica, mi immaginavo che se una scena dovesse essere trasposta al cinema avrebbe dovuto avere quella musica, per trasmettere meglio determinate emozioni. C'è una scena in particolare, verso la fine del libro, che paradossalmente, mentre la scrivevo, avevo proprio la sensazione di vuoto allo stomaco perché sentivo di viverla davvero tanto!

P: Direi che è il caso di avviarsi verso la conclusione, ma prima avrei qualche altra domanda... Sei molto giovane, così come me, e vorrei sapere come vivi questo essere uno scrittore, giovane ed universitario.
M: È una cosa un po' particolare, perché o ti ritrovi a fare interviste (ndr: come in questo caso!), ricevi proposte da parte di alcuni blog, altre volte dei giornali mi chiedono di scrivere determinati articoli... Sembra quasi che mi venga chiesto un senso di responsabilità, come se il mantra fosse “tu hai scritto quindi puoi fare qualcosa in più per raccontare qualcosa”. Il più delle volte rinuncio a questi impegni così grossi, perché è un senso di responsabilità troppo grande, perché la gente si ritrova non più a giudicare un'opera ma il tuo modo di pensare o di esprimerti su alcuni argomenti di attualità. Non credevo che una cosa del genere potesse appartenermi, ricevo degli inviti che non mi aspettavo... Mi sono ritrovato ad avere l'interesse da chi fa parte del mondo del cinema, come Paolo Genovese, che mi ha contattato su facebook, altri personaggi del mondo dello spettacolo che hanno letto il romanzo sono stati Mandelli e Cevoli.  

P: Sono incuriosito da quest'ultimo aspetto: proprio da facebook, mi dicevi, è partito questo tam tam del romanzo, un aspetto della vita moderna è proprio l'essere tutti connessi fra noi grazie a questa rete virtuale... Aldilà dei vari aspetti sociologi, sui quali è meglio non approfondire se vogliamo tornare entrambi a casa presto, quanto il tuo romanzo è figlio della modernità ed in particolare dei social network?
M: Tanto... Nella trama c'è un forte legame con il mondo della tecnologia: i social network entrano prepotentemente nel mondo della storia, si parla di facebook o di twitter come di modi per creare legami, per approfondirli, per spezzarli o per carpire informazioni... e questo comunque fa parte del nostro mondo. Dall'altro lato i social network sono stati il modo in cui ho pubblicizzato il romanzo: ho aperto sia la pagina facebook che la pagina twitter. su facebook ci sono i tuoi amici che ti danno una mano ma fino ad un certo punto, l'aiuto più grande l'ho avuto più dagli sconosciuti (perlopiù celebrità del mondo dello spettacolo) su twitter che erano realmente interessati a quento stavo producendo... La vera promozione l'ho avuta da twitter e non da facebook.

P: Prima di chiudere... progetti in cantiere, non a livello edilizio ma letterario, ci sono? Oppure “La segreta verità” rimarrà un'esperienza isolata?
M: No, isolata no di sicuro. Attualmente ho degli impegni che sono quelli della laurea e sono concentrato su quelli, una volta terminato questo percorso tornerò a scrivere perché è una cosa che mi piace, probabilmente mi dedicherò a degli spazi blog. Cercherò di portare avanti sia la professione dell'edilizia sia la passione della scrittura.

P: Grazie per il tempo che mi hai concesso, facciamo un saluto a tutti i lettori del blog!
M: Grazie a te! Saluto tutti i lettori del blog The Philosopher's Cave!


Per chi volesse approfondire la conoscenza del libro di Michele Laurenzana, lascio il link al sito ufficiale ed invito chiunque a prendersi una copia di questo romanzo! www.lasegretaverita.tk


                                                                                                              - P.

lunedì 17 settembre 2012

Proemio...


“Infatti, come quando i medici tentano di dare ai fanciulli

l’amaro assenzio, prima cospargono col dolce e biondo liquido del miele

gli orli del bicchiere tutto intorno,

perché l’ingenua età dei bambini sia ingannata

fino alle labbra e intanto beva fino in fondo l’amaro succo di assenzio

e, benché ingannata, non ne riceva danno,

ma, piuttosto, guarita in tal modo, divenga vigorosa,

così io, ora, poiché questa dottrina sembra per lo più essere

troppo astrusa per quelli ai quali essa non è familiare

e il volgo l’aborre e si ritrae da essa, ho voluto esporti

la nostra dottrina col melodioso canto pierio

e quasi cospargendola col dolce miele delle Muse,

per tentare se, per caso, io potessi con tale mezzo tenere avvinto

ai nostri versi il tuo animo, finché tu comprenda

appieno la natura e ti renda ben conto dell’utilità.”


Tito Lucrezio Caro - “De Rerum Natura”


Mi sono permesso di prendere in prestito questi versi (e non me ne voglia il poeta latino Lucrezio) per presentare questo spazio virtuale. Alla maniera dei grandi poeti, anche a me piace inserire un proemio per inaugurare ed introdurre questo blog, che tratterà principalmente di storia dell'arte e riflessioni sulla pittura, ma non disdegnerà incursioni nel mondo della musica, della letteratura e del cinema d'autore. La scelta del nome non è casuale: questo spazio virtuale vuole essere come un antro, un pensatoio dove poter condividere le mie riflessioni ed i miei pensieri sul vastissimo mondo dell'arte e della cultura.
Non sia il lettore spaventato dall'apparente tedio degli argomenti sopra introdotti: questo non vuole essere l'ennesimo blog pieno zeppo riflessioni cultural-filosofiche che portano solo noia e sconforto in chi è “di passaggio”, vuole essere un antro accogliente, non una dimora ascetica. Lo scopo di questo blog sarà squisitamente divulgativo, senza mai sconfinare nel nozionismo e nell'eruditismo fine a se stesso, per questo motivo mi pongo come obiettivo secondario quello di rifiutare una prosa pomposamente aulico, proprio per poter osservare quelle opere pittoriche, quei grandi capolavori del passato, con sguardo originale e fresco.
E qui, cari 25 lettori, avrete chiara la scelta dei versi di Lucrezio sopra inseriti: sarà mio preciso intento diffondere questi contenuti “pesanti” alleggerendo il più possibile l'argomento e rendendolo interessante, proprio come si era proposto il poeta latino nella sua opera.
Temo che questo “proemio” stia virando vertiginosamente dal verbale al verboso, quindi permettetemi di aggiungere che è un grande onore per me conoscervi e che mi auguro possiate apprezzare quanto verrà divulgato in questo spazio.
Buona permanenza.

Lo staff