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lunedì 14 gennaio 2013

Viaggio nel mondo del "kitsch"

Sono ormai finite la vacanze di Natale e da più di una settimana ognuno è tornato alla propria occupazione (con qualche chilo in più). Anche noi del blog, dopo gite fuori porta (come ha fatto Federica) o abbuffate epiche (come, invece, ho fatto io) abbiamo finito le nostre ferie: innanzitutto colgo l'occasione per ringraziare tutti i visitatori, in circa quattro mesi abbiamo superato le 3000 visite, che dire... Grazie di cuore a quanti apprezzano il nostro operato ed il nostro impegno!

Il maestro Teomondo Scrofalo brinda con noi
C'è una cosa che, però, mi ha lasciato particolarmente stupefatto: delle oltre 3000 visite circa 900 le ha ricevute il mio articolo in memoria del maestro diTerracina, Osvaldo Paniccia. Pur non essendo proprio un genio della matematica, risulta piuttosto facile accorgersi che, sostanzialmente, circa un terzo delle visite che il nostro blog ha ricevuto le dobbiamo tributare al “monarca assoluto della pittura” (volendo fare una citazione biblica «Date a Cesare quel che è di Cesare»)... Vi svelo un piccolo segreto del blog: mentre i due tecnici continuano a fare tranquillamente il loro lavoro, fra Federica, Raffaela e me vige una piccola tradizione, ci piace fare a gara a chi ha l'articolo più visitato, chi vince ha in cambio stima ed ammirazione. Fino a un mesetto fa eravamo tutti alla pari, ma poi il sottoscritto ha pubblicato quell'encomio funebre e la classifica attualmente mi vede vincitore senza speranza di recupero da parte delle mie due colleghe (vi voglio bene comunque, ragazze). Voglio essere sincero, teoricamente oggi avrei dovuto dedicare il mio articolo alla terza parte del confronto fra i pittori e i registi, inaugurato con Goya ed il cinema Weird e proseguito con Cronenberg e Bacon, ma all'ultimo momento ho deciso di spostarmi da quanto concordato e di fare una delle mie tipiche “alzate di ingegno”(rimando il terzo appuntamento della serie “Pittori vs. Registi” ad un'altra volta).  
Abbiamo già parlato, in uno dei nostriprimi articoli, dell'inarrivabile Andrea Diprè, avvocato,critico d'arte, talent scout (playboy e filantropo... oh no,aspettate, quello era un altro!) e un mese fa abbiamo dedicato un articolo al fiore all'occhiello delle scuderie di Diprè, Osvaldo Paniccia (pace all'anima sua): sappiamo che il Dott. Avv. Prof. Andrea Diprè sta spopolando nel mondo del web (e con lui, tutti i suoi “artisti”), ma nel web c'è anche una quantità impressionante di siti e blog dedicati a tutta quella produzione (cinematografica, musicale, artistica o di oggettistica) che può essere considerata, in una sola parola, “brutta”, o anche “trash” come direbbero gli Inglesi che significa, appunto, spazzatura. Sembra proprio che la cultura underground di internet nutra una vera e proprio culto verso «le buone cose di pessimo gusto» (come direbbe Guido Gozzano) ed il successo che ha avuto il mio articolo per il maestro Paniccia mi ha spinto a dedicare questo intervento di oggi ad alcune considerazioni sulla storia e sul concetto stesso di “kitsch”.


Il termine «kitsch» ha origini tedesche che sta ad indicare, in generale, tutto ciò che può essere considerato di pessimo gusto: spesso è stato associato all'idea di una degradazione dell'arte, riferendosi con esso a tutta quella produzione artistica svenevole, frivola e patetica, che non presentava quegli aspetti di originalità e creatività propria dell'arte “autentica”. Volendo essere più precisi ecco cosa si trova scritto nell'Enciclopedia Treccani sotto la definizione di kitsch:

«... il termine, assunto nel lessico intellettuale internazionale, passò a indicare quell’aspetto del cattivo gusto che contrassegna la produzione estetica destinata alle attese dell’uomo medio della civiltà contemporanea.»

Non è tanto il “cattivo gusto” a rendere un oggetto kitsch, ma è più il suo “spirito”, l'idea dietro la sua creazione: un prodotto nasce da un'idea e da un'aspettativa che si ha dietro questa idea, un oggetto di pessimo gusto è frutto, magari di una produzione povera o “casereccia”, l'oggetto kitsch no invece, esso ha la pretesa ridondante di autenticità e di rispetto dei valori formali ed estetici, quando invece è tutto frutto di una mera scopiazzatura.


In campo artistico ciò si traduce come una degradazione dei più importanti temi sociali, familiari e religiosi che, perdendo la loro carica “problematica”, si trasformavano in semplici “luoghi comuni”: da qui, parte il nostro viaggio alla scoperta del kitsch nelle varie epoche e nelle varie arti. Sorvolando la speculazione filosofica sul concetto di “estetica” iniziato da Kant, il termine «kitsch» fa, per la prima volta, la sua comparsa nel 19° secolo, su un saggio di Clement Greenberg in cui definisce i movimenti di avanguardia e del modernismo come i migliori mezzi per resistere alla cultura del consumismo e quindi della produzione kitsch. Già dall'inizio dell'Ottocento molta produzione letteraria era dedicata al consumo, libri frivoli e leziosi che degradavano il concetto stesso di “Romanticismo”, privandolo di quella tensione al sublime e rendendolo solo un sinonimo di sentimentalismo esasperato, fra gli esempi più famosi si può vedere il famoso “romanzo d'appendice”, di cui una delle più famosi autrici fu Carolina Invernizio. La Invernizio vanta un “corpus letterario” notevole, che farebbe impallidire anche il più prolifico degli scrittori, questi romanzi che le portarono notevole fama si basavano su una pallida ed inaridita scopiazzatura di tutti quei temi che animavano la cultura “alta” (primi fra tutti le idee del Verga e di Fogazzaro), ma proprio l'appiattimento di queste tematiche le rendeva dei banali clichè, dei semplici luoghi comuni.
Volendo essere un po' cattivelli si potrebbe dire che da una costola della Invernizio prese vita tutto quel filone di produzione letteraria che oggi ha portato ad autori come Federico Moccia o Fabio Volo di pubblicare i loro romanzi e di avere successo: volendo gettare un rapido occhio critico alla produzione letteraria di Moccia si vede subito come il mondo dei giovani (un microcosmo che nasconderebbe infinite sfaccettature e problemi) sia trattato con una superficialità e con una banalità che rendono uno spunto, potenzialmente interessante, una storiella d'amore scialba e frivola.


Con l'avvento del cinematografo l'estetica kitsch va ad infilarsi anche nel mondo del cinema, dove cambia nome e si fa chiamare “cinematografia trash” (o b-movies, per i più anglofoni). Si tratta di tutti quei film dove, per mancanza di budget, si ricorre ad attori al limite dell'amatoriale e ad effetti speciali che suscitano scoppi incontenibili di ilarità; molte volte dietro il dilettantismo si può nascondere anche una buona idea (per chi frequenta questo ambiente, basta vedere un film qualsiasi del leggendario Ed Woodd), altre volte invece si tratta solo di plagi malriusciti che puntano a sfruttare il successo di film molto più famosi sperando di imbrogliare qualche spettatore meno avveduto. Alle volte i registi, consapevoli di non girare “Via col vento” sfruttavano un'arma a costo zero che poteva ribaltare le sorti di una pellicola, trasformando un b – movie in un piacevole visione, l'autoironia: se anche questa veniva a mancare e c'era, anzi, la pretesa di star girando un capolavoro o la convinzione di essere dei visionari Stanley Kubrick squattrinati ,nascevano i film definiti “trash” che, per paradossale che possa sembrare, fanno ancora più ridere di quelli in cui era stata aggiunta una sana dose di ironia!

Carrellata di alcuni dei più micidiali film "trash"
Anche nell'architettura e nel design il kitsch vuole la sua parte, e per farsi riconoscere, si definisce come un oggetto la cui forma non sia strettamente legata alla funzione e che, spesso, presenta forti rimandi baroccheggianti e stuccosi.


Questo vale anche per le arti visive, naturalmente. Partendo dal leggendario Teomondo Scrofalo (la famosa tela venduta da Ezio Greggio durante “L'asta tosta” al Drive-in) la tradizione pittorica del kitsch è basata sempre sulla degradazione di opere famose che diventano di un linguaggio accessibili a tutti e che ha la sola funzione di arredare, ed è qui che arriva il nostro ineguagliabile Andrea Diprè! Fondamentalmente quelle pitture che egli presenta, altro non sono che sfoghi al pari di un hobby di persone normali, galvanizzate dall'aspettativa di una carriera nel mondo dell'arte queste persone arrivano a pensare “Dunque io sono un artista!” e la pretenziosità della loro aspirazione cozza tremendamente con le loro brutte pitture, facendo salire iperbolicamente il livello di kitsch. Ovviamente il caso più famoso è quello del maestro Paniccia, un anziano signore che probabilmente dipingeva per passione e senza nessuna aspettativa, magari fino a due anni fa nessuno avrebbe voluto un quadro del genere in casa e magari sarebbe stato perfino un regalo poco gradito per alcuni, adesso invece Paniccia, dopo la sua serena dipartita, è stato eletto a leggenda della pittura, permettendo a Diprè di pubblicare questo su Twitter.  

Volendo spezzare una lancia in suo favore, si potrebbe dire che la produzione kitsch è immediatamente comprensibile: la cosa rende quindi possibile la loro fruizione a chiunque, i concetti descritti non nascondo nulla e la loro banalità, il messaggio va diretto dal produttore all'osservatore, l'interpretazione è già veicolata nel messaggio (il medium È il messaggio!). Al riguardo scrive Milan Kundera:

« Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria […] un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. [...] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile»

C'è però un ultima aspetto che reputo molto preoccupante, fra gli studiosi del rapporto fra arte e società e delle problematiche legate al concetto di kitsch c'era anche Hermann Broch che ha coniato il termine “kitsch – mensch”, ossia “uomo kitsch”, prodotto di una società in cui alla mancanza di valori etici di base si tenta di sopperire con l’esaltazione di valori estetici facili e fittizi.
Non vorrei essere troppo pessimista... ma non vi sembra una situazione fin troppo attuale?  

                                                                                                            - P. 

lunedì 3 dicembre 2012

Encomio funebre in memoria del maestro Osvaldo Paniccia

Venerdì pomeriggio, ero in macchina e stavo tornando a casa quando mi arriva una telefonata da un mio amico:

“Oh, ma hai saputo chi è morto?”
“Oddio... che è successo?!”
“È morto Osvaldo Paniccia!!”

Scettico più che mai, appena tornato a casa apro facebook e mi ritrovo la home piena di foto di questo manifesto funebre.


Dunque era tutto vero, il “monarca assoluto della pittura” ci aveva lasciato. Certo, i più sarcastici diranno che la voce del maestro nella storica intervista con Diprè non lasciava ben sperare, ridotta più ad un sussurro biascicato ed incomprensibile che ad un emissione vocale. Si è pensato fosse un fake, del resto già altre volte era trapelata la falsa notizia della scomparsa del pittore, ma stavolta, purtroppo, era tutto vero: il maestro “capace di uno specchio segreto” (parole di Diprè queste) ci aveva abbandonato.
Così, ho deciso di dedicare questo primo articolo di Dicembre alla memoria di un uomo che si è trasformato, suo malgrado, in un tormentone della rete e che ha conquistato tutto il pubblico del web.
Era ancora il 2010, quando un mio amico all'università mi parlò della sua ultima scoperta dal mondo del trash: il canale video del Prof. Avv. Dott. Andrea Diprè (di cui abbiamo già abbondantemente parlato in questo articolo, e sul quale, onestamente, meno si dice e meglio è) e la sua scuderia di artisti, tutti un po' sopra le righe, ognuno a modo loro. Fra di loro, sicuramente, quello più meritevole di attenzione era proprio il maestro di Terracina, Osvaldo Paniccia che ben presto, poco tempo dopo la segnalazione del mio compagno di corso, si sarebbe trasformato in uno dei tanti “meme” che popolano il web. Del resto, fra i tanti “personaggi” che Diprè ci ha proposto, Osvaldo Paniccia è di sicuro quello più rappresentativo: con le sue espressioni che sembrano perennemente angosciate, la sua voce rotta dall'affanno e le sue brutte pitture questo bizzarro personaggio era riuscito ad ottenere il tanto agognato “quarto d'ora di celebrità” di Andy Wahrol.

Uno degli sguardi più famosi della storia dell'arte...
Alla sua morte, vedere come tutto il web abbia dato l'estremo saluto all'artista (sebbene sempre un po' sopra le righe) mi ha fatto molto riflettere su questa vicenda che sembra uscita direttamente da una novella di Pirandello: una vita vissuta ai margini della società inseguendo un sogno, quello del mondo dell'arte, e vedere arrivare la fama alla fine della propria vita anche se in maniera molto diversa da come, probabilmente, egli si sarebbe aspettato, ritrovandosi ad essere, seppure in una maniera un po' inusuale, uno degli artisti italiani più famosi degli ultimi anni, tanto che Marco Giusti, su Dagospia, ha implorato Massimiliano Gioni di ospitare alla Biennale di Venezia la ormai celeberrima “Natura Morta Con Gamberi”.
A nome di tutto il blog voglio ricordare il maestro con una breve galleria dei suoi quadri, non certo capolavori, ma semplici testimonianze di una persona ai margini che ha sempre, pazientemente atteso un'occasione di ribalta, tanto che la notizia della sua morte è trapelata dal tam tam virale dei social network, coinvolgendo migliaia di utenti.




Sono sicuro che il maestro si sia spento serenamente, avendo ormai raggiunto la fama di “pittore”, e sebbene non possa sperare di essere ricordato come un novello Matisse, credo sarà felice di sapere che molti ragazzi, quando si parla di pittura, conoscano più lui che altri nomi ben più importanti! Del resto, non posso nascondere che aldilà delle risa e di tutto quello che si può dire sul pittore di Terracina, ho sempre nutrito una sincera ammirazione per le sue parole più famose:

“L'arte è una cosa seria, non si può prendere sotto gamba.”

Si potrebbe dire molto sul “talento” di Osvaldo, si potrebbe dire ancora di più sulla capacità critica di quel volpone di Diprè (ma non lo faremo), ma non si può dire nulla su una manifestazione così devota verso una passione.
Concludo con uno dei tanti commenti che sono comparsi su facebook “Ciao Osvaldo, ora insegna agli angeli a dipingere gamberi!”, e una volta tanto non posso trovarmi più d'accordo di così!

                                                                                                                              - P.




POSTILLA: stando a quanto detto su artribune.com, sembrerebbe che la famosa “Natura Morta con Gamberi” costasse 95.000 € quando il maestro era ancora in vita (ovviamente il prezzo era stato stimato dall'inarrivabile Diprè), ora che Osvaldo è scomparso mi pare logico dedurre che il prezzo della tela abbia subito un vertiginoso aumento... Plauso quindi a quanti siano stati talmente furbi da accaparrarsi un pezzo prima del triste evento!