mercoledì 19 dicembre 2012

SettimArte: Jean Rollin - La Rosa di Ferro


E' il 1973. Jean Rollin, già affermato regista di film a metà tra l’horror vampiresco e l’erotico, decide di dare una svolta alla sua carriera. E’ arrivato il momento di realizzare il film “profondo” , come ogni cineasta che si rispetti. Con una mossa abile ma anche altamente rischiosa, decide di investire tutto quello che ha nel progetto che ha in mente, inizialmente concepito come un cortometraggio, nonostante il parere contrario degli addetti ai lavori, che lo vedono già come un disastro annunciato. Rollin, per coprirsi le spalle, accetterà quindi un incarico per il biennio successivo con la Impex, casa produttrice francese: il regista, in sostanza, sacrifica due anni di lavoro pur di realizzare quel film. Stiamo parlando de La rosa di ferro.

La rosa in questione appare nei primi fotogrammi: si tratta semplicemente di una rosa, realizzata in ferro.
Ma è tutto qui?

Basato su una trama ai limiti dell’ermetico, il film si può riassumere in due righe. Due ragazzi, incontratisi a un matrimonio, si danno un appuntamento per il weekend, durante il quale si perdono in un cimitero; sorpresi dalla notte, vagano tra le tombe, finchè la donna, apparentemente impazzita, compie un gesto folle.

La concezione da cortometraggio, effettivamente, c’è: il filmato sembra “spalmato” per circa 75 minuti, quando ne sarebbero bastati la metà per descrivere il tutto. Lunghe sequenze monotone la fanno da padrone e l’impressione generale, complice anche alcuni errori di continuità, ovvero laddove compaiono sequenze non opportunamente collegate a quelle adiacenti o dove il nesso non appare chiaro, è di non limpida chiarezza. Questo è evidente già nelle due sequenze iniziali: una ragazza (Françoise Pascal) , quella che scopriremo essere la protagonista, in riva al mare, e la stessa che amoreggia con un uomo sul predellino di un vagone, in una stazione. Sapremo poi che quest’ultima scena avviene, in linea temporale, dopo che i due si sono incontrati a una festa di nozze.
L’opera punta su due soli personaggi, interpretati dalla bella Pascal e Hughes Quester, attori poco conosciuti, ma che qui danno una prova discreta. La recitazione risente purtroppo degli errori suddetti, al punto che spesso cade nel monocorde, anche se questo non è da imputare agli attori. L’atmosfera di angoscia, di surreale a tratti, la sensazione di girare sempre in tondo è comunque, probabilmente, voluta.
Dopotutto i due, in piena notte, si perdono nel grande cimitero di Amiens, per cui gran parte del filmato mostra la coppia vagare tra segnacoli e mausolei, e l’impressione generale di inquietudine non fa che riverberarsi sullo spettatore.

Eppure, nonostante tutto, a fine visione, è forte l’idea che la protagonista sia, in realtà, la sola donna, di cui non viene rivelato il nome: in fin dei conti i due che vediamo sono persone come tante, due ragazzi che si attraggono, solamente che per amarsi scelgono un luogo insolito. La ragazza, che era sembrata inizialmente ingenua e leggermente svampita, una volta presa dalla paranoia sembra acquistare una ragione tutta sua: trovandosi davanti i resti mortali di alcuni bambini, sembra improvvisamente impazzire e adeguarsi al contempo al luogo in cui si trova. Laddove era sembrata spaventata e a disagio, ora si mostra quasi in uno stato di trance, mettendosi a danzare tra le tombe, con fare sognante, sotto lo sguardo stranito del suo accompagnatore.
Cos’ha fatto sì che cambiasse idea così in fretta?

Il dualismo è chiaro ed è uno dei più classici, ossia quello tra Amore e Morte, Eros e Thanathos. L’unica pecca che si può rimproverare a Rollin è di aver reso la cosa estremamente semplificata: i protagonisti infatti si ritrovano a consumare una serie di rapporti sessuali proprio in una tomba sotterranea, e la vicenda finisce con la morte dei due.

Eva prima Pandora, Jean Cousin.
Sono presenti una serie di rimandi fin troppo evidenti, dall’amore in senso carnale e come concepimento di una nuova Vita, alla visione di Morte come pace finale. In sostanza, i due concetti sono equiparabili, nella visione più classica del binomio d’origine psicanalitica. La Morte come distruzione, nell’opera, è visualizzata esclusivamente come dissolvimento delle vestigia terrene, una visione malinconica ma portatrice di valori più alti, più sublimi. La stessa fanciulla protagonista si diverte, come una novella Eva o una Medusa dell’iconografia classica, a baloccarsi con teschi e ossa. Sappiamo che la contemplazione della Morte non è, qui, muta ammirazione, ma risulta una tensione a rendersi alfiere della Tetra signora, vista come liberazione da tutte le sofferenze. Una visione tutta romantica, ma estremamente attuale. La donna è ritratta nell’atto di afferrare un teschio frantumato per metà e portarselo al viso, come una maschera, e difatti, come dicevamo, lei stessa diviene strumento e vittima della Morte. Imprigionato il suo amante nella tomba-alcova, la vedremo danzare tra i tumuli e le croci, in una sequenza di una bellezza e di una suggestione che ammutolisce. Bizzarro riflettere sul fatto che la sua figura silfidica sia l’unica presenza viva in quel posto, un parallelismo che riscontriamo nell’interessante fiaba Psiche di H.C. Andersen, in cui una lucertola si agita nel teschio del protagonista e l’autore nota come il dibattersi di quella creaturina sia l’unica cosa viva in quello che un tempo era stato un coacervo di pensieri, idee, sogni, passioni, e che ora ha trovato una pace silenziosa ed eterna.

Nascita di Venere, Alexandre Cabanel.
I Quattrocenti Colpi, Francois Truffaut
Le due sequenze parallele della giovane protagonista nuda in riva al mare potrebbero simboleggiare, come accadeva già ne I quattrocento colpi, di François Truffaut, una nascita/ritorno al grembo materno, per cui ricordiamo la somiglianza fonetica in lingua francese mere: madre/mer: mare, senza contare l’emblematica nascita di Venere dalla schiuma marina. Il paesaggio marino all’alba, la nudità della fanciulla, la croce piantata nella sabbia: il tutto è dipinto con una nitidezza al contempo forte dei contrasti e delicata nei colori attutiti, in una scena dal forte impatto visivo e metaforico.
La rosa di ferro ricorre qui, ma sapremo che è un ornamento funebre che la ragazza ha sottratto a una tomba, una chiave che fa da filo conduttore al viaggio in cui il regista ci guida.

La rosa come simbolo di passione, di vita, ma anche di precarietà e perfino di segretezza (notare l’espressione latina sub rosa, in segreto, che ricorderemo ne Il codice Da Vinci) , costruita in ferro: è un antitesi forte, il simbolo di un fiore così delicato da durare un giorno solo, ma che può in questo modo durare per sempre.

Uroborus
E’ la summa delle pulsioni, quella sessuale e quella distruttiva, le due forze essenziali che portano avanti l’esistenza, in quanto entrambe sono latrici di vita. Laddove però Amore, visto come pulsione tendenzialmente positiva, crea confusione, intrecci, errori, Morte, antiteticamente negativo, è la tradizionale “livella” che porta al primitivo ordine, alla pace a cui abbiamo già accennato. Anche nella serie Sandman, di Neil Gaiman (già citato in altri articoli su questo blog) , uno dei personaggi, Death, personificazione appunto della Morte, si stupisce di come tutti abbiano paura di lei - quando in realtà molti neanche si accorgono di essere trapassati nel momento cruciale - in quanto il suo intervento non è niente di strano, al contrario, è quanto più di naturale ci sia. E’ un’ovvietà dire che la Morte genera Vita e viceversa, ed è una visione ancestrale che viene simboleggiata dall’Uroborus, simbolo dell’eterno ritorno, delle forze opposte che non fanno che rincorrersi, come appunto nel serpente che si morde la coda.

Il cimitero, per l’appunto, visto generalmente come un luogo triste, pieno di tristezza e disperazione, è, in una visione parallela, una sorta di locus amoenus, contraltare del giardino delle delizie e sua immagine speculare, dove in realtà non si trova altro che eterea serenità, al massimo una sorta di venata malinconia. Quello di Amiens, set principale del film, è popolato di bizzarre creature, e non sembrano vedersi normali visitatori: una strana vecchina che funge da custode, un misterioso uomo incappucciato, addirittura un clown, fanno la loro comparsa, come macchiette su un palcoscenico, e soprattutto come se la loro presenza fosse assolutamente naturale. Sembrano far tutti parte di un rito collettivo e senza fine, un’umana rappresentazione, come se quel luogo fosse fuori dal tempo e dallo spazio, esattamente come lo è il palcoscenico e per esteso il set cinematografico.
Le strane comparse, come anche i due protagonisti, sono ritratti con un contrasto cromatico estremamente riuscito: sembra un caso, ma non lo è, che l’uomo sia vestito di rosso e la ragazza di giallo, spiccando in modo netto nelle scene notturne, ma anche in quelle diurne, laddove il cimitero presenta un ovvio monocromatismo. La nebbia, poi, non fa che evidenziare il contrasto, coadiuvato anche da inquadrature spesso in controluce o comunque molto scure e ombrose.
La mancanza di una colonna sonora è, come altre scelte, un espediente che al contempo può stancare lo spettatore meno temprato, ma risulta affascinante a quelli più navigati. Il suono del silenzio in un cimitero è una scelta estremamente realistica, suggestiva e anche coraggiosa, e sottolinea così scene cruciali, regalando un tocco di giusta sacralità.

Il film si apre e si chiude con un tocco deciso e delicato, come può esserlo il suono di un vecchio chiavistello. Le parole della giovane donna che suggellano l’opera sono ermetiche e raggelanti come poche “Siete tutti morti. Noi viviamo” . Parole che sottolineano la sua estrema decisione di non voler appartenere più ai vivi, come a dire che per scegliere una vita nuova e vera basta solo volerlo.

Si tratta di un film controverso, che non ha goduto di giusta fama per motivi anche condivisibili, ma certamente molto più profondo del resto delle opere di Jean Rollin che invece risultano a tutt’oggi ancora famose, nonostante siano di spessore indubbiamente minore rispetto a quello in esame. Probabilmente avrebbe potuto essere maggiormente apprezzato se il regista avesse approfondito i contenuti, che spesso risultano solo accennati, magari sperando in una resa più ermetica e simbolista, che non è stata, purtroppo, completamente recepita.

-R. 

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