lunedì 5 novembre 2012

Il trionfo della morte e la danza macabra

[Premessa: mi dispiace moltissimo per i problemi che si sono presentati nelle ultime settimane e con queste due righe vorrei chiedere scusa ai lettori e alle mie due colleghe per non aver potuto garantire un servizio puntuale come mio solito ed essere stato costretto a pubblicare questo articolo con un po' di ritardo. Purtroppo certe volte i problemi impediscono di dare il 100%, ma in fondo l'importante è rialzarsi sempre. Scusate ancora. - P.]


Buonasera... MUHAHAHAHAHAHA!!
La paura: una delle più radicate emozioni umane, fra l'altro la più viscerale e a volte anche quella più incomprensibile. Viviamo ormai in un'epoca moderna in cui molte delle minacce che avrebbero impaurito i nostri antenati non sono più così terribili come potevano sembrare millenni fa, eppure c'è sempre una paura che rimane invincibile, proprio perché fa leva sul senso di ignoto e di impotenza, sappiamo che non siamo in grado di combatterla: la morte.
Il progresso scientifico e le scoperte mediche hanno permesso di salvare molte vite, ma lei rimane invincibile e terrorizzante, ma nonostante ciò ci divertiamo a stuzzicare questa paura ancestrale, come dimostrano i vari film apocalittici sulle orde di zombie che si abbattono sugli indifesi vivi in una carneficina continua: sono un esempio i vari film della saga di Romero o quelli della serie “Il ritorno dei morti viventi”.

Scena tratta da uno dei film di George Romero
Sembra quasi che, per esorcizzare la paura della morte e dell'ignoto che si porta appresso, vogliamo dipingerla con dei toni talmente irreali ed iperbolici da spaventarci, ma al tempo stesso farci tirare un sospiro di sollievo (“al diavolo, è solo un film!” dicono quelli che escono dalla sala terrorizzati dopo la proiezione), eppure questa tematica non è così nuova come si crede (e non me ne voglia il maestro George Romero): in passato la caducità della vita era stata rappresentata in modo analogo proprio in un periodo caratterizzato dall'ansia per il cambiamento e che gli storici e i critici additano spesso come “buio”: il Medioevo.
Del resto, come non comprendere la paura che aleggiava fra gli uomini di quel tempo? Carestie, guerre e pestilenza, osteggiate da un pensiero religioso imperante che non riusciva a dare risposte reali se non alimentare ulteriormente l'inquietudine ed esaltare la speranza di una vita ultra-terrena. Da questo sostrato culturale si diffonde l'iconografia del “Trionfo della morte” e la sua variante “La danza macabra”, diffuso in varie zone europee e italiane dopo il Trecento.
Il tema alla base di questa figurazione è quello del “memento mori”, il messaggio che la vita terrena altro non è se non un momento di passaggio che proietta verso la vera vita, che è quella ultraterrena: non a caso, nelle prime rappresentazioni, gli elementi macabri si connetta al tema del “giudizio universale”, dove tutte le anime saranno giudicate ed avranno un posto fra le grazie di Dio (il Paradiso) o subiranno l'eterna dannazione (l'Inferno), la morte falcia via le anime dei vivi in una visione desolata che sembra quasi sconnessa dal tema della salvezza e del mondo celeste descritto proprio in quel periodo da Dante nella “Divina Commedia”.
Ne è un esempio il famoso “Trionfo della morte” che si trova presso l'Oratorio dei Disciplini di Clusone, in cui la morte è rappresentata come uno scheletro con una corona ed un mantello: aiutata da altri due scheletri, armati rispettivamente di una balestra e di un archibugio, stermina la popolazione senza risparmiare neanche i ricchi che, inginocchiati di fronte ad essa, le offrono doni e ricchezze per avere in cambio la salvezza, un cartiglio posto in alto avverte che la morte colpisce in modo doloroso soltanto chi offende Dio, mentre porta ad una vita migliore chi pratica la giustizia.

Trionfo della morte - Clusone
Per i latini la morte è femmina, mentre per i greci ed i tedeschi la morte è maschio: nel monastero benedettino di Subiaco, nel Lazio, si può ammirare una delle rappresentazioni più particolari della mietitrice, con i capelli lunghi e sciolti, a cavallo con la spada sguainata e che parla ciociaro, con le parole che le escono dalla bocca, come un antenato di un fumetto, la cosa ancora più curiosa è la straordinaria somiglianza fra questa rappresentazione della morte e una delle scene più famose del film “Il ritorno dei morti viventi”, dove uno zombie donna, ridotto ad uno scheletro putrescente, viene interrogato sul perché i morti si cibino del cervello dei vivi.

Rappresentazione della morte - Subiaco



I temi macabri ed ossessivi vengono ripresi anche nel celebre affresco del “Trionfo della morte” a palazzo Scalafani a Palermo, dove la morte, rappresentata come uno scheletro a cavallo, reca con sé la falce e ha appena scoccato una freccia verso un giovane, colpendolo al collo: la morte colpisce indistintamente tutti, come si evince dal cumulo di cadaveri, i poveri a sinistra sembrano chiedere alla mietitrice di colpirli per far finire le loro sofferenze, mentre i ricchi sulla destra sembrano non accorgersi di quanto stia accadendo.
Il primo aspetto che colpisce è come questa rappresentazione sia stata ripresa da un pittore successivo, molto spesso sottovalutato, il francese Henri Rousseau detto “il doganiere”: nel suo quadro “La Guerra” la donna a cavallo che regge in una mano una spada e nell'altra una torcia, cavalca sopra un cumulo di cadaveri in un paesaggio brullo, mentre dei corvi si nutrono dei resti della battaglia, la bocca aperta e l'espressione soddisfatta sembrano quasi comunicare l'urlo e la risata sonora della guerriera. Un motivo assai simile alle immagini viste finora nell'arte medievale.

Trionfo della morte (Palazzo Scalafani) - Palermo

 Henri Rousseau - "La guerra" 
L'altro aspetto che fa riflettere è come, accanto alla paura e al grottesco che l'iconografia della “danza macabra” si faccia strada una sottile vena ironica: un modo in cui i poveri possono godere del potere livellatore della morte che, con la sua falce, sottomette al suo potere tutti, compresi i ricchi, gli istruiti ed i prelati, una piccola “vendetta” per i ceti meno abbietti.
L'ironia tragica con cui viene trattata la tematica della morte si rifà al tema del “carnascialesco” che si era sviluppato già nel Duecento con “L'Inferno” dantesco o con i sonetti taglienti di Cecco Angiolieri, un macabro “can can” con cui si cerca di esorcizzare la paura della morte attraverso una risata, dando alla “triste signora” attributi umani (ella ride e beve vino alle feste).
Non è un caso, quindi, che la festa di Halloween appena celebrata (ndr: questo post sarebbe stato lo speciale di fine mese del 31 ottobre, ma per problemi di forza maggiore non sono riuscito a postarlo prima) sia quindi un rito “carnascialesco” con cui si esorcizza l'ancestrale paura dell'abisso dell'oltre-tomba. In Messico, la festa dei morti (detto in spagnolo “Día de Muertos”) è una festa gioiosa, con cibi, bevande e colori sgargianti, accostati a rappresentazioni caricaturali della morte, questo aspetto particolare della cultura messicana è rappresentato in uno dei più celebri murales del pittore muralista Diego Rivera, “Sogno di una domenica pomeriggio nell’Alameda Central”: la morte, al centro del corteo, sembra molto distante dalla rappresentazione europea, che la vede sanguinaria e bellicosa, vestita con abiti bianchi sfarzosi, più adatti ad una sposa che alla mietitrice, la morte cammina affiancata dalla popolazione e dalle autorità locali, come in una processione di paese, il senso di stranezza è aumentato dall'accostamento sgargiante dei colori che conferiscono alla scena un tono festoso, come se la morte venisse accolta con chiassosi balli e non temuta.

 Diego Rivera - “Sogno di una domenica pomeriggio nell’Alameda Central" 
Del resto, la danza macabra in versione ironica e quasi spiritosa, è stata ripresa abilmente prima da Walt Disney nel suo corto “the Skeleton Dance” del 1929, dove gli scheletri escono dalle loro tombe per danzare e suonare (memorabile come suonano le loro stesse ossa come uno xilophono) e successivamente da uno dei capolavori del gotico animato: “The Nightmare before christmas” di Tim Burton, che sembra aver recepito la lezione del trionfo della morte e della danza macabra per rileggerlo con il suo particolarissimo stile a metà fra il gotico e il naif, dove i mostri e gli scheletri ballano e cantano per festeggiare la festa di Halloween e sembrano giocare in un mondo ultraterreno.






Grazie all'ironia e al “carnascialesco”, l'uomo riesce ad esorcizzare la paura della morte ed il suo “horror vacui” e a poter vivere serenamente la vita “terrena” che tanto era malvista nel Medioevo.

                                                                                                      - P.

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