lunedì 15 ottobre 2012

Il grunge: l'epopea della sconfitta e della decadenza


In che situazione versavano gli Stati Uniti a fine anni ’80, dopo il periodo Reagan?

Ronald Reagan
 C’è da dirlo, il 40° Presidente degli Stati Uniti ce l’aveva messa tutta per risollevare le sorti del Paese, per far sperare ancora nel sogno americano, tant’è che sostenitori e detrattori ne sono concordi; l’amministrazione di Jimmy Carter aveva lasciato gli Usa in ginocchio, umiliati di fronte al mondo. Con un pizzico di liberismo e spregiudicatezza, unite a un’inesauribile vena oratoria, Reagan aveva posto come obiettivo la riduzione dell’inflazione, del debito pubblico (giunto a livelli record  con il suo predecessore)  e dell’imposizione fiscale. A onor del vero, le imposte gravavano in percentuale maggiore sui ceti più abbienti, ma questa politica aveva dei costi che non si potevano ignorare: alla minore pressione fiscale si accompagnò un ridimensionamento dello Stato sociale, ossia un taglio alle politiche previdenziali ed assistenziali, a favore di un aumento delle spese militari (c’è da ricordare che siamo ancora nel pieno della guerra fredda) e un’ondata di liberalizzazioni. Esse, unite alla maggior capacità di acquisto della popolazione - non più oppressa dalle tasse - fecero sì espandere la produzione, ma portarono anche a una serie di drastiche riduzioni di costi aziendali. Prima di tutto, quelli per il personale: cominciò a venire meno, infatti, la correlazione tra interessi dell’azienda e interessi dell’impiegato.

Erano gli anni del passaggio da un’economia industriale a un’economia dei servizi; le aziende cominciavano a essere quotate in borsa e ad acquisire, se possibile, aziende più piccole e a diventare corporation, o addirittura multinazionali.
Se è vero che in quegli anni, mediamente, un impiegato guadagnava estremamente di più che in passato, è anche vero che niente di tutto questo era assicurato. Gli americani avevano svenduto la sicurezza di una vita per qualche dollaro in più.
Nel 1989, col crollo del Muro di Berlino, terminava la guerra fredda: gli Stati Uniti sconfiggevano l’Impero del male, come Reagan amava definire l’URSS, rimanendo l’unica superpotenza sulla piazza. Dovettero fare però i conti con una spiacevole sorpresa: la crisi economica incalzante.
La fine della guerra fredda, prima di tutto equivalse a un taglio dei costi delle spese militari, compresi licenziamenti di massa da parte delle aziende legate alla produzione bellica. Ma non solo: come abbiamo visto, il licenziamento era visto come un mezzo tutto nuovo per ridurre i costi aziendali già negli anni addietro, ma che venne portato alle sue estreme conseguenze in questo particolare momento, tant’è che, nella seconda metà degli anni ’80, esso raggiunse un picco senza precedenti.

Disoccupazione, insicurezza, sgomento di fronte a una società divenuta come mai prima d’ora dura e spietata. Questi i temi che aleggiano nel panorama sociale e culturale degli anni a cavallo tra anni ’80 e ’90. Si tratta di un’affascinante crisi dei valori, di una contingenza a doppio taglio, che ferisce all’esterno, ma che tempra le coscienze. E’ il paradosso della depressione: a chi mai viene di riflettere e di porsi delle domande quando tutto va bene?

Tutto ciò si riversa in tutti i campi della cultura e della sottocultura. Partiamo dalla moda, ad esempio: i ruggenti anni ’80 degli yuppies e delle star del pop ci avevano restituito coloratissime e sgargianti mise, nei materiali e nelle fogge più bizzarre e scenografiche. Quello che si presenta in questi anni a cavallo, come quasi sempre succede sulla soglia di due epoche, è un meltin pot di stili: i colori fluo iniziano a lasciare il passo al monocromatismo che dominerà poi negli anni ’90, specie i toni del grigio, il bianco, il nero, sotto l’egida di Calvin Klein, vera icona del periodo.


Agli eccessi degli Eighties, alle spalline extra-size si iniziano ad abbinare capi dall’aspetto vissuto, consumato (vero o d’effetto, non ha molta importanza) , magari sempre di due taglie più grandi, come gli enormi blazer destrutturati da donna e i pantaloni a vita alta, ma presi a prestito da altri ambiti o sottoculture: ed ecco che è possibile osservare una ragazzina bionda, pettinata come se fosse appena uscita dal letto, in un abitino floreale tutto pizzi e merletti, abbinato a calze strappate e consumate Dr.Martens, vero must have dell’epoca.
La pelle, meglio se nera ed eco, il jeans, la tela: si percepisce una sorta di ritorno al naturale, senza sofisticazioni, senza filtri, prima che si torni di nuovo agli eccessi techno di fin de siècle.

Tutto questo si riversa anche nella musica, in ogni genere: un po’ perché è quello che vuole il pubblico, un po’ perché, come abbiamo visto, è quello che emana lo zeitgeist, un po’perché queste due motivazione si intersecano e si nutrono a vicenda. Ecco perché davanti all’accezione di grunge come genere musicale, molti l’hanno considerato perlomeno riduttivo.
Seattle, a.D. 1988: quella che probabilmente è più corretto classificare come corrente musicale ha una data e un luogo di nascita precise. A quanto pare però una fine vera e propria non ce l’ha, sfumando e rimescolandosi via via con le correnti che l’hanno creata e che la seguiranno, almeno musicalmente. Sì, perché in tal senso, a conti fatti, il grunge non inventa e non innova un bel niente: si tratta di una genuina ripresa di classici canoni Sessanta-Settantiani, pressoché persi negli anni a favore di innovazioni pop, synth, arena rock e persino degli incipienti sottogeneri metal, più sofisticati dei loro padri. La forma è la tradizione strofa-ritornello-strofa, i complessi seguono la formazione a quattro più classica possibile, batteria-basso-chitarra. Senza eccessi di tecnicismi, distorte, cupe, le chitarre, non meno che la voce, che, con le loro sole forze, vanno a ovviare e a giustificare tutta una serie di scelte di stile, prima di tutto, come dicevamo, la completa assenza di sintetizzatori e, nella stragrande maggioranza dei casi, anche delle tastiere.

Soundagarden
Date quindi le basi, ognuno dei gruppi (effettivamente non numerosissimi) ha interpretato a suo modo la corrente, chi avvicinandosi più alle radici metal (TAD, Soundgarden, Alice in Chains) , chi a quelle punk (Nirvana) , chi all’hard rock anni ’70 (Pearl Jam, Screaming Trees) . Il groviglio di suoni e rumori, direttamente trasposti dal noise e dal metal, poggiano infatti su una complessa eredità street punk e hardcore, che già aveva fatto da piano di supporto al thrash metal, e che si fonda su un elemento imprescindibile: la lotta sociale. Probabilmente questo è un termine anche troppo forte per il grunge, per cui sarebbe meglio parlare di denuncia, di ribellione: gli alfieri della nuova sottocultura sono anti-eroi, sconfitti dalla vita, giovani complessati che in molti casi scelgono addirittura di arrendersi, di abbandonare la partita. Non c’è redenzione né salvezza nelle liriche a tratti urlate, a tratti sussurrate. La voce di Chris Cornell, dai Soundgarden, ne è l’esempio più lampante, riuscendo a passare dal ruvido canto raschiato di più diretta ispirazione hardcore/metal, a delicatezze canore degne del più navigato Robert Plant, a cui effettivamente il timbro assomiglia molto.
Alice in Chains
E’ il suono di una sirena interrotta nel suo picco più acuto dalla mano di un teppista. Non c’è da stupirsi se, infatti, molte delle vite delle punte di diamante di questo movimento siano terminate in modo violento e  in età immatura. Non c’è da stupirsi nemmeno che i protagonisti di questo fenomeno siano, appunto, giovanissimi e trattino di temi cari ai giovanissimi. Per citare due dei casi più eclatanti: ovviamente l’arcinoto suicidio di Kurt Cobain, per cui evento mediatico e personalità hanno giocato un ruolo cardine per l’avvento e per il riconoscimento di “genere” grunge al mondo intero, operazione mai completamente giustificata dagli adepti, ma anche la sofferta e disperata fine del leader degli Alice in Chains, Layne Staley, volontariamente lasciatosi consumare dalla droga dopo la morte della fidanzata dovuta alle stesse cause, di cui si dava colpa; il cadavere fu ritrovato dopo quasi quindici giorni, certamente un’uscita di scena molto più in sordina rispetto al notorio collega già citato.


TAD
Esistenzialismo, cupezza, precarietà della vita, perfino un pizzico di edonismo, quasi fungesse da contraltare ai precedenti temi, una certe propensione ad accarezzare aspetti macabri della vita, in una visione però a tinte delicate, decadenti, una vena introspettiva come non se ne vedeva da anni, vuoi per l’inconsistenza di certe correnti (come alcuni sentieri pop-rock) , vuoi per una sorta di velato distacco dalla realtà di altre, che si rifugiavano, al contrario, in uno spessore culturale spesso neanche tanto indifferente: l’hard rock e alcuni sottogeneri metal, per esempio, amano trattare di argomenti più disparati, dalla mitologia alla letteratura, arrivando anche a temi scientifici e religiosi, tralasciando volutamente le disquisizioni e i dilemmi interiori. Il grunge risulta essere una sorta di purgatorio, un luogo dove la dimensione umana, lacerata in questo frangente da mille dolori, può essere espressa e problematizzata.

Proprio in questo senso s’inserisce il filone parallelo del riot grrrl, genere (quasi) esclusivamente al femminile e legato al tema portante della rivincita del femminismo, non solo in senso stretto di lotta per i diritti e delle pari opportunità, ma affermazione della coscienza e del pensiero femminile, espresso in tutta la sua dirompente vitalità, anche e soprattutto sessuale. Mai come in questo caso si era vista una partecipazione così attiva e rigogliosa delle addette ai lavori, da sempre presenti, ma mai sulla cresta dell’onda come in questo momento, né con una così precisa identità musicale. Col grunge, di cui è sorella, condivide infatti la culla e gli intenti, oltre che le modalità espressive, sebbene, in molti casi, le riot grrrl risultino molto più legate a sonorità e schemi punk, più specificatamente hardcore.
Babes in Toyland
Probabilmente queste ragazze scanzonate e arrabbiate sono servite per fare da contrappeso alla vena di mesta solitudine che percepiamo nel grunge tout court che, come dicevamo, si tinge di tinte fosche in virtù dello spirito dei tempi, buio e cupo. Sebbene sappiamo che una speranza ci sarà sempre, in questo momento facciamo difficoltà a credervi. E’ una tensione al pessimismo cosmico, a tratti autocelebrativo, che si riverbera anche nelle atmosfere, profondamente dark, su cui si impernia buona parte della produzione artistica, a tutti i livelli, del periodo.



Il Corvo
Singles
Batman





E’ un aspetto che si può notare a cominciare dall’arte cinematografica, con l’ampio uso, da un lato, di scenografie e atmosfere gotiche, come succede in due opere rappresentative del momento, Il Corvo, di Alex Proyas, e Dracula di Bram Stoker, di Francis Ford Coppola, oltre che nelle prime prove dietro la macchina da presa di Tim Burton, ad esempio i due capitoli dedicati a Batman; ambientazioni ai limiti della distopia, o quantomeno dell’irreale, quasi volessero celebrare una fuga dalla realtà, che effettivamente ci appare cupa, con metropoli buie, strade pericolose popolate di malviventi, o, come succede in Edward di forbice, di Burton, con un irreale cittadina coloratissima e finta, neanche fosse fatta di plastica e cartone, contrapposta alla tetra magione del protagonista, come a voler dimostrare che ciò che sembra bello, luminoso e sicuro non è veritiero, né credibile; dall’altro lato, assistiamo a un fiorire di pellicole di genere drammatico, o anche commedie, di stampo estremamente realistico, quasi scorci di una società particolare: andiamo dall’epopea di un odierno, folle Ulisse, interpretato da Micheal Douglas in Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher (in cui è interessante come venga resa la particolare, critica situazione sociale di un’altra città,  Los Angelese) che, stressato dai mali che gli si riversano sul suo capo, decide, di punto in bianco, di farsi giustizia da solo, alla celebrazione più autentica e spensierata dello spirito grunge nella pellicola Singles, di Cameron Crowe. Qui i personaggi, tra cui compaiono anche esponenti della scena musicale del periodo, sono tutte sfaccettature di una comune gioventù della città di Seattle: sono tutte persone molto giovani, sappiamo, ma con tutta l’apparenza e i modi di fare di adulti che combattono per ritagliarsi un posto nel mondo. Viene rappresentata in maniera molto incisiva la crisi anche sentimentale del periodo, il sentirsi sempre e comunque combattuti, divisi. Sferzante come venga resa l’eclissi del musicista sciupafemmine, immagine che non si addice ai cultori del grunge: le groupie, viene suggerito in maniera velata, oramai hanno fatto il loro tempo.
Edward mani di forbice
Il Corvo (fumetto)
Sandman



Non vanno dimenticati, in questo particolare momento, anche esempi di arte visiva, specie i fumetti: Il corvo, di James O’Barr, pubblicato a partire dall’88, che condivide con il film l’atmosfera pesante e i temi duri: la morte, la violenza, la vendetta, il senso di smarrimento. Parimenti, anche Sandman, di Neil Gaiman, è un esempio notevole dello spirito del tempo, sebbene di impronta più marcatamente onirica e surreale. Gli spunti al reale comunque non mancano: il tetro protagonista, Dream o Sandman, che dir si voglia, si trova spesso a intervenire in situazioni particolari, in questo nostro mondo: omicidi, rapimenti, furti, crisi, casi di follia, in cui, nonostante sia un essere soprannaturale, si trova perennemente invischiato.

Per concludere, è interessante notare come il medesimo sentire dell’epoca si riverberi in tutte le forme culturali, anche musicali, quindi esattamente parallele al grunge in senso stretto, in un’univoca espressione dell’ansia, del sentirsi sospesi in un limbo, nel limitare angoscioso che fa da cerniera tra due epoche. E’ una dimensione che, nonostante sia da sempre sentita ed espressa dall’uomo, ha  trovato una completezza espressiva senza precedenti e che non è possibile né ignorare, né dimenticare.


-R.I.

venerdì 12 ottobre 2012

Friday boulevard: the best of the week.

Dal tempo uggioso sembrerebbe proprio che l'autunno sia arrivato sul serio... Ma sorvolando sui luoghi comuni del tempo che fa, ecco la selezione delle migliori notizie di questa settimana!

Per cominciare, da arte.it ho trovato una gustosissima selezione di mostre, la prima su Paul Klee e l'Italia, la seconda su Firenze negli occhi dell'artista ed i quattro eventi sull'Autunno Contemporaneo a Roma. Doveroso segnalare anche la mostra di Guttuso, uno degli artisti italiani più significativi del '900. Sempre da arte.it voglio linkare questo articolo sulle nuove opere arrivate presso la fondazione Guggenheim di Venezia.
Sinceramente le trovo tutte molti interessanti e magari possono essere una buon modo per passare questo week-end che si prospetta un po' grigio!
Per irmanere in tema artistico, su medeaonline.net ho trovato questo bellissimo articolo che mi è piaciuto molto e che vi invito a leggere.

Passando invece all'ambito musicale, su Rolling Stone c'è la classifica delle 100 canzoni più belle dei Beatles, mentre su soundblog.it, dopo settimane dedicate ai 4 Liverpool, ho letto che i Rolling Stones stanno per rilasciare il loro nuovo album! Dal blog de ilgiornale.it c'è invece un interessante documentario su 20 anni di Milano Musica secondo Francesco Leporino.

Concludo con un articolo sulla recente scomparsa di Harris Savides, direttore della fotografia di Van Sant e Ficher.

Bene, vi auguro un buon week-end e rinnovo l'appuntamento a lunedì prossimo!
                                                                                       
                                                                                                                                 - P.



PS: visto che ci sono mi permetto un piccolo extra per augurare anche buon compleanno ad una persona speciale... lo so che farlo in anticipo porta male, ma dopo aver sfidato il qudro maledetto posso permettermi di tutto!!     [- P.]


mercoledì 10 ottobre 2012

SettimArte: Lulu, ovvero il Vaso di Pandora.


TITOLO ORIGINALE: Die Büchse der Pandora
REGIA: G.W. Pabst
ANNO: 1929
PAESE: Germania
CAST: Louise Brooks: Lulu, Carl Goetz:  Schigolch, Fritz Kortner: Schon, Kraft Raschig: Rodrigo, Alice Roberts: Contessa Geschwitz, Michael Von Newlinsky: Casti-Piani

Una tragedia greca. Così potremmo definire l’assetto di quest’opera del regista Georg Wilhelm Pabst: la prima cosa che salta all'occhio è, infatti, la divisione in atti numerati.
Già il titolo ha un valore profetico e simbolico. Lulu, una delle prime femme fatale della storia del cinema, appare come novella Pandora, anche troppo tenera e ingenua e, sebbene donna di costumi alquanto libertini. riesce a catturare tutte le simpatie del pubblico.
Il vaso, per l’appunto, compare fin dall'inizio. Non è un caso che difatti molta parte sia data all'arredamento.
Essendo un film totalmente rientrante nel Kammerspiel, ciò è normale –vedremo spesso sculture, quadri, addirittura un candelabro a 7 bracci- ma vedremo come vasi di ogni tipo faranno la loro inquietante presenza per tutta la pellicola. Il vaso come contenitore di ogni disgrazia: questa, fuor di metafora, è la funzione di Lulu, summa e origine inconsapevole di tutti i mali, ma anche, infine, della speranza, l’ultima, che, in una visione simbolica della vita, è la Donna come Madre.
La nostra protagonista entra quasi subito in scena, caratterizzata dalla particolare fotografia, che la ritrae col viso senza ombre e in contrasto cromatico netto con l’acconciatura a caschetto, divenuta poi famosa, ad esempio mediante l’eroina per eccellenza di Guido Crepax, Valentina, il cui aspetto e modo di fare ricalca molto quello della protagonista del film, sebbene la controparte cartacea della diva risulti ancora più smaliziata e noire


Valentina, di Guido Crepax.

Lulu e Schigloch



La vediamo anche subito correre, quasi danzare, come se si trovasse in un prato o su palcoscenico. Difatti scopriamo subito che lei ha doti artistiche: è una ballerina, un’attrice, e come spesso succedeva all'epoca  una mantenuta (come appare anche ne La donna di Parigi, pellicola di Chaplin) del magnate Schon. Segue l’entrata in scena del presunto padre, Schigloch, accompagnato da Rodrigo, un losco figuro. La scena è ripresa dalle spalle dei personaggi, dietro un vetro, come già era successo ne L‘ultima risata, Murnau anno 1924: con ciò il regista vuole frapporre un ostacolo tra i personaggi e il pubblico, perché ci sono cose che quest’ultimo non deve sapere. Da notare anche il motivo delle scale, che ricorrerà spesso, le scale come espediente di regia, per l’alternanza chiari/scuri, ma anche come elemento simbolico di annullamento di differenza sociale, nel bene e nel male, elemento presente spesso nelle pellicole di Ejzenštejn, da Sciopero! a La corazzata Potëmkin.

La corazzata Potemkin


Lo sguardo della Contessa
E’ nell'atto II facciamo la conoscenza del figlio di Schon, Alwa, artista, e della contessa Geschwitz, che vediamo impegnati a fumare (come spesso accade nel bianco e nero: il fumo regala luminosità alla resa su pellicola) . Lulu si mostra molto affettuosa con Alwa, che le offre un posto nel suo spettacolo. Questo scatena le gelosie della contessa, di cui, complice uno sguardo di evidente gelosia, percepiamo velatamente l’omosessualità. E’ questo il primo caso di omosessualità portata sul grande schermo, sebbene non trattato in maniera preponderante. I sentimenti della contessa verso Lulu risulteranno poi lampanti in un’altra scena, resi da un particolare molto interessante nella scena delle due donne abbracciate, una bionda vestita di scuro, e l’altra mora vestita di bianco


In altro: Lulu.
In basso: Hellzapoppin 
Atto III: inquadriamo le quinte dello spettacolo, nel caos e nella penombra, in cui vediamo mescolati, in un’ottica che possiamo definire meta teatrale - considerando che si tratta di Kammerspiel - tutti i registri espressivi, come da una fucina: il comico, a partire dall'entrata in scena dei soldati e poi dallo scherzo ad Alwa, il tragico, il drammatico. Una simile operazione sarà effettuata alcuni anni dopo, con altri intenti, nel magistrale Hellzapoppin’

Notiamo subito come il palco e gli spettatori non compaiano mai: si vuole dare importanza infatti a quel che c’è “dietro” , rappresentato dalle quinte e dai camerini. Vediamo ancora le scale, che qui però sono vertiginose, riportando alla mente le oniriche scenografie de Il gabinetto del dottor Caligaris. Notevole la scena degli addetti che trasportano mobili, i quali quasi sembra che debbano bucare la pellicola, dando quindi una tridimensionalità eccezionale alla scena (ricordiamo che è il ’29) . Il tutto rientra nell'ottica di un disordine organizzato: c’è caos, ma ognuno sa esattamente cosa fare e dove andare, se si bada bene. Anche nella scena del ricevimento è presente molta gente, tant'è che assistiamo a un accavallamento di persone di spalle alla quarta parete, in contrasto con le regole del teatro e del cinema dell’epoca, ma è facile notare che sono tutte disposte e sistemate secondo un preciso ordine, le dame vestite tutte in chiaro per esigenze di colore, essendo gli uomini per forza di cose vestiti in nero, indossando il frac. Anche il padre di Lulu, se pure fosse per davvero il padre, non sembra convincente: ogni volta che è in scena con la figlia si teme di stare per assistere a un incesto. Risulterebbe così essere solo uno dei tanti: qualunque uomo vicino a Lulu sembra risucchiato nel vortice della sua inconsapevole seduzione, a cui, purtroppo Schon soccombe. In una scena lo vediamo addirittura piangere: da un lato è ammaliato dalla grazia e dalla bellezza di Lulu, dall'altro è impaurito, quasi atterrito dal potenziale distruttivo che la donna nasconde e che lui ha, evidentemente, intuito.

Nonostante la tragedia che le pende sul capo, però, non rinuncia in nessun modo alla sua vanità: si pettina, si trucca, si fa il bagno (con l’acqua corrente, da che capiamo che è una casa ricca) e legge riviste di moda. Si tratta di una fuga organizzata per permettere a Lulu e Alwa di fuggire insieme, scampando alle accuse infamanti di cui la donna è accusata, ma alla coppia si aggregano anche Schigloch e Rodrigo, che, mediante i loro intrighi, portano i due a bordo di una nave, dove li trascinano nel vortice della perdizione, da cui solo la contessa può salvarli.
Una enorme sala, coacervo di tutti i vizi, le si offre infatti alla vista: si tratta di una bisca clandestina, nascosta nella stiva. Lulu appare con una diversa acconciatura, per simboleggiare il cambiamento di status. Il suo sorriso però è fuggevole: Alwa si è abbandonato al gioco e ha perso tutto. La soluzione è vendere Lulu a un ricco egiziano.


La donna, sempre più sola e disperata, si confida con l’ultima persona adatta al caso, Schigloch, il padre. La scena, quasi un dettaglio procurato dall'incrocio delle assi delle scale, è molto ambigua: capiamo tutti che l’uomo la sta ingannando per l’ennesima volta, dal suo sguardo, ma lei si ostina a fidarsi di lui, addirittura lo implora “Salvami” e si rende finalmente conto che tutto intorno a lei è spinto dall'avidità.
La situazione, subito dopo precipita, tant'è che Lulu e Alwa, aiutati dal padre, devono fuggire precipitosamente su una scialuppa alla volta di Londra.

Ultimo atto: nella nebbia, una silhouette, con cappello. L’Esercito della Salvezza, con la banda che suona, addobba un alberello in strada e distribuisce cibo e doni. Allo sconosciuto si avvicina una donna dai tratti angelici che gli offre aiuto dopo che questi ha fatto la sua offerta, e lo chiama “fratello” , senza neanche conoscerlo. Non sa infatti chi è il misterioso sconosciuto, con cui Lulu si troverà presto faccia a faccia.
Al buio, in una mansarda poverissima e buia, vivono infatti, ormai ridotti a tre, Lulu, Alwa, come impazzito, e Schigloch. 

Il dettaglio del pane, talmente duro da non poter essere neanche tagliato suggerisce una povertà estrema. Nonostante questo, i personaggi non rinunciano ai loro vizi: Lulu addirittura si trucca e si pettina, suggerendo l’idea che possa prostituirsi. Difatti poco dopo esce, al freddo e nella nebbia, il che lascia poco all'immaginazione.

E’ qui che Lulu si mostra generosa fino all'estremo con l’uomo squattrinato incontrato in strada. L’alternanza dei primi piani è altamente simbolica: lei è in piena luce, come trasfigurata, una santa o una martire, l’uomo invece emerge appena dalle tenebre e, cavata di tasca una candela e l’accende e incorona con un rametto di vischio Lulu, che contempla il tutto con infinita tristezza. Quella luce è da un lato simbolo di quell'ultima speranza, che nel mito era rimasta nel vaso di Pandora, la speranza di cui lei è ormai la personificazione. Ha perso tutto infatti, e il gesto dell’uomo di incoronarla con il vischio, che prima cingeva la candela, è chiaro. La scena immediatamente precedente acquista quindi una luce tutta nuova: si tratta del rapporto non tra amanti, ma tra vittima sacrificale e carnefice. La fine ci è lasciata solo immaginare.


La donna, che avevamo visto ingenua, capricciosa, dispensatrice di tutti i vizi possibili (è il film ne è un’escalation, dal sesso, ai soldi, all'alcol) , paradossalmente rimane allo stesso modo intatta e pura, con il suo sorriso angelico, che pur non avendo niente si dona a uno sconosciuto che la tradisce, e che si veste da suo aguzzino finale. Anche se non compaiono madri, il riferimento è chiaro, soprattutto alla fine: le donne che appaiono sono, nonostante tutto, dispensatrici di vita. Sono gli uomini, che hanno il potere, ad uscirne veramente male alla fine della narrazione, mandando a rotoli tutto ciò che c’è di buono, d’incontaminato, e tutto perché non sono mai abbastanza forti da combattere l’influenza negativa di cui Lulu è portatrice sana.

                                                                                                                   - R.







lunedì 8 ottobre 2012

«The hands resist him»: il mistero del quadro “maledetto”.

Quello degli oggetti maledetti è stato sempre un argomento molto affascinante, antico quanto l'uomo e che ha avuto i protagonisti più svariati: bambole, macchine, case, canzoni e chi più ne ha più ne metta, basti pensare ad uno degli episodi più famosi, quello della celebre maledizione del faraone Tutankhamon, che avrebbe colpito tutti gli uomini che presero parte alla spedizione archeologica di Howard Carter nel 1922. In questi casi le leggende e le dicerie si moltiplicano e non si riesce più a distinguere la realtà dalla superstizione, le spiegazioni razionali sembrano tardive ad arrivare, quasi spaventate dalle circostanze sovrannaturali.
Recentemente, lo scrittore Dan Brown, con il suo “Codice da Vinci”, ha riportato l'attenzione su questo argomento, ipotizzando l'esistenza di una serie di indizi esoterici che il pittore italiano Leonardo da Vinci avrebbe nascosto nei suoi quadri, come una maledizione.
In effetti, anche nel mondo dell'arte figurativa, c'è un episodio tetro e misterioso: il protagonista però non è Leonardo o l'opera di qualche altro famoso pittore, ma una piccola tela dipinta nel 1972 dall'artista americano Bill Stoneham, dall'enigmatico titolo «The hands resist him», traducibile come “le mani gli resistono”.
Questo quadro ha fatto molto parlare di sé a partire dal febbraio 2000, quando venne messo all'asta sul sito di eBay, presentato come un dipinto stregato portatore di una maledizione. La fama che avvolge quest'opera è talmente diffusa, che anche la serie tv «Supernatural» ha omaggiato in una puntata la leggenda metropolitana del quadro maledetto, presentandolo come un ritratto di famiglia portatore di sciagure.

La tela infestata nella serie "Supernatural"
Ma cosa si cela realmente dietro questa tela dalla fama così lugubre? La storia sembrerebbe questa: venne depositato in una galleria d'arte di Los Angeles durante i primi anni '70 ed acquistato dall'attore John Marley, il Jack Woltz del film «Il Padrino». Alla morte di Marley il dipinto fu rinvenuto in una vecchia fabbrica da una coppia di coniugi, che decisero di prenderlo, per poi pentirsene e metterlo all'asta su eBay nei primi mesi del 2000.
Secondo la coppia il quadro era stregato: essi sostenevano che, di notte, i personaggi del dipinto uscissero dalla tela in cui erano confinati o emettessero rumori strani, l'annuncio terminava con un esonero di responsabilità da parte dei venditori, nel caso in cui il dipinto avrebbe creato problemi al nuovo acquirente (del resto, uomo avvisato mezzo salvato, si è soliti dire).

"The hands resist him" - Bill Stoneham
L'oggetto in questione, non è nulla di esaltante sotto il profilo artistico, ma dopo i primi secondi comincia a farsi strada nell'osservatore un senso di inquietudine. In effetti, c'è qualcosa che non va in questo dipinto: in primo piano si osservano due bambini, una maschio ed una femmina, lui guarda dritto verso l'osservatore, ella invece è posta di profilo e osserva il bambino, dietro di loro c'è solo una porta vetrata, da cui si intravedono solo delle minacciose mani che emergono dalle tenebre e cercano di lambire il bambino.
Solo a presentarlo così si sentono i brividi correre lungo la schiena, ma l'inquietudine e lo smarrimento aumentano quando si focalizza l'attenzione su alcuni agghiaccianti particolari che, a prima vista, sfuggono: se si osserva il bambino si noterà che presenta un volto quasi adulto, del tutto innaturale per la sua età (avrà circa 5 o 6 anni), una fronte alta e stempiata da cinquantenne e due occhi arcigni e piccoli, che sembrano seguire lo spettatore. Certo, una sensazione simile si ha anche guardando «la Gioconda» (tanto per tornare in tema di Leonardo), ma mentre lo sguardo di “Monna Lisa” è solo leggermente enigmatico, lo sguardo del bimbo di «The hands resist him» mette soggezione, scrutandoci con uno sguardo torvo, quasi assassino, più lo si fissa, più la faccia dell'uomo adulto su un corpo da bambino smette di essere buffa e incute soggezione.

L'enigmatico sorriso di Monna Lisa
La bambina sulla sinistra presenta, invece, una sorpresa ancora più spaventosa: non si tratta di una compagna di giochi del ragazzino, ma di una grossa bambola con addosso un vestitino celeste, lo si capisce osservando la bocca e le ginocchia, che evidenziano le giunzioni meccaniche tipiche di un bambolotto. Il particolare peggiore, però, è che non ha gli occhi, ma sembra fissare il piccolo affianco a lei con le cavità oculari vuote, completamente nere, reggendo fra le mani uno strano oggetto cilindrico, che somiglia ad una grossa batteria.

Particolare del quadro: la bambola e lo sguardo torvo del bimbo
Per concludere l'analisi si osserva la porta finestra sullo sfondo che mostra all'interno la più totale oscurità, da cui emergono delle raccapriccianti mani che sembrano bussare per uscire o per ghermire i due personaggi in primo piano, salendo con lo sguardo, si nota anche la presenza di uno strano globo grigiastro (forse dietro la porta) che si trova proprio sopra la grande testa del fanciullo.
Il tema delle mani, pronte a ghermire il soggetto, è un tema che si ritrova in un dipinto di Munch, «Le mani» , ed in effetti la sensazione che si prova di fronte ai due quadri è simile: proviamo angoscia e claustrofobia per tutte quelle mani che convergono verso un punto.

"Le mani" - E. Munch
Se già la descrizione può bastare per incutere timore, le testimonianze che la famiglia fornisce sul dipinto peggiorano soltanto la situazione: in particolare condizioni di luce notturna (è scontato dirlo, altrimenti che maledizione sarebbe?) sembrerebbe che la batteria tenuta in mano dalla bambola si fonda con una parte della porta finestra e si trasformi una rivoltella, con cui il giocattolo antropomorfo minaccia il bambino alla sua destra, costringendolo ad uscire dal dipinto, tanto che sembra che egli emerga dalla tela!
Fra le raccomandazioni aggiuntive che i venditori fornivano si diceva di tenere il dipinto lontano dai bambini e di non metterlo come salvaschermo del computer o del cellulare, veniva inoltre consigliato che l'acquirente fosse sano fisicamente e psicologicamente e che possedesse conoscenze, seppur rudimentali, in materia di sovrannaturale e si rimarcava la completa assenza di responsabilità da parte del venditore.

Particolare: la bambola impugna la "pistola"
Le interpretazione fantasiose fioccarono, tanto che qualcuno ipotizzò che l'artista avesse dipinto l'opera basandosi sul ricordo di una violenza subita da piccolo o su un fatto di morte di cui era stato spettatore.
Nonostante la lugubre storia e i duri avvertimenti, il dipinto ricevette più di 30 offerte e venne acquistato da un misterioso “Lucky Bidder” per la somma di 1025 $ (l'offerta iniziale era di 199 $).
L'acquirente, che era la Perception Gallery in Grand Rapids, Michigan, che contattò infine l'artista (il cui nome si trovava sulla tela, in basso a destra) per metterlo al corrente della curiosa vicenda.
Così Bill Stoneham raccontò la storia del dipinto e spiegò alcuni misteri: il bambino era egli stesso, ritratto basandosi su una sua foto all'età di 5 anni, la porta dietro di lui rappresenta la linea che divide il mondo reale da quello onirico e delle possibilità, la bambola alla sinistra, che regge fra le mani la batteria che serve ad alimentarla, è la guida che deve scortare il ragazzo attraverso questo mondo ed infine, le mani minacciose dietro il vetro, rappresentano le infinite possibilità e le varie alternative di vita. Curioso come un quadro stregato e portatore di una maledizione, fosse semplicemente una rappresentazione in chiave onirica dell'infanzia, con una nota di ottimismo dovuta alle infinite possibilità che la vita ci offre, alla faccia di tutti coloro che ipotizzavano episodi di pedofilia o di morte come ispirazione del quadro!
Questa visione dell'infanzia sognante, mi fa venire in mente un dipinto di Dalì, intitolato «Lo spettro del sex appeal», dove il pittore ritrae se stesso da fanciullo (vestito da marinaretto) mentre osserva una strana costruzione tenuta su da alcune stampelle, le analogie con il “dipinto maledetto” sono moltissime: l'autoritratto da bambino, il clima enigmatico e gli oggetti misteriosi che comunicano ansia.

"Lo spettro del sex appeal" - S. Dalì
Il “quadro maledetto”, quindi, non è maledetto? Eppure Stoneham, in un'intervista rilasciata, ricorda che sia il proprietario della galleria in cui il quadro fu esposto la prima volta che il critico d'arte che lo aveva recensito per il giornale L.A. Times, morirono entro un anno, dopo essere entrati in contatto con l'opera. Che il dipinto porti sul serio un po' sfiga o ci troviamo di fronte a coincidenze fortuite e poco simpatiche? Oppure si tratta soltanto un'astuta mossa di Stoneham per alimentare la fama del dipinto?  


Va detto, in effetti, che a Stoneham fu commissionato un “seguito” del dipinto, intitolato «Resistance at the Threshold» che raffiugura i personaggi a 40 anni di distanza, ed un terzo “capitolo” dal titolo «Threshold of Revelation» come a voler configurare una sorta di trittico; l'artista sembrerebbe anche aver stipulato un accordo con gli acquirenti del primo quadro, per poter venderne copie autografate in tre diverse dimensioni! 
Il dipinto, inoltre, ha avuto un notevole riverbero nella cultura popolare: è stato usato come copertina di un album dalla band canadese Carnival Divine e compare nel manga Bleach, nel cortometraggio «Sitter» del 2005 ed anche nel videogame Scratches (curiosamente, sia il film che il gioco provengono dall'Argentina), donando una notevole popolarità all'artista Stoneham!
Come si è soliti dire “non tutto il male viene per nuocere”... e, ad essere sincero, lo spero anche per me che ho parlato di questo dipinto!

                                                                                                             - P.


venerdì 5 ottobre 2012

Friday boulevard: best of the week.

Anche se con un lieve ritardo, ecco di nuovo la rubrica di fine settimana con le notizie migliori!
Mi sembra doveroso citare i due eventi più tristi di questa settimana, la morte di Eric Hobsbawm, lo storico del secolo breve, e del chitarrista Jim Sullivan, deceduto all'età di 71 anni.

Mi ha molto colpito questo articolo di artribune.net sul "museo che non c'è", quello che Vicenza ha dedicato a Palladio, visto che la Basilica Palladiana ospiterà l'ultima Goldin exhibition (linko un bellissimo articolo sempre tratto da artribune.net).
Segnalo inoltre da arte.it queste due mostre: la prima sull'archeologia fra '800 e '900 e la seconda intitolata "Raffaello verso Picasso", sembrano davvero interessanti e chiunque possa, farebbe bene (a mio avviso) a partecipare!

Deviando in ambito musicale, mi è molto piaciuta la recensione dell'ultimo album dei Muse fatta da Rolling Stone, e non dimentichiamo che oggi è il 50° dall'uscita del primo singolo dei Beatles, "Love Me Do".

Per concludere, lascio un articolo di movieplayer.it con qualche anticipo sugli Oscar 2013 ed infine una lista interessante sui libri più letti nell'ultimo periodo.

Auguriamo a tutti un buon week-end e rinnoviamo l'appuntamento al prossimo lunedì.
                                                             
                                                                                                                 - P. & - M.



mercoledì 3 ottobre 2012

Pittori vs. registi (parte 1): Goya ed il "weird".

Spagna, Fuendetodos 30 marzo 1746: nacque, ultimo di sei figli, un bambino che venne battezzato con il nome di Francisco. Dei suoi cinque fratelli la storia avrebbe cancellato ogni traccia, fino a farne dimenticare persino i nomi, egli invece sarebbe diventato il pittore del re, ed il più importante evento dell'arte figurativa in Spagna, dopo Velázquez e prima di Picasso.
Rifiutando la rivisitazione dell'antichità, meditando sul mistero della materia egli attraversa in un lampo tutto l'intervallo che separa il Rococò dalla pittura moderna, modernità che consiste nel rinnovamento assoluto che lo conduce ad esplorare un universo sconosciuto: in un momento storico drammatico egli, per primo, ripudierà le delicate e svolazzanti composizioni in voga, volgendo l'attenzione al grottesco, al brutto, al mostruoso che risiede nell'animo umano, «Il sonno della ragione genera mostri» si intitolava, non a caso, una sua celebre acquatinta.

Francisco Goya - Il sonno della ragione genera mostri
Pittore di corte ribelle, talmente abile da farsi gioco della nobile corte Spagnola senza che questi se ne accorgessero minimamente, veicolando nella sua pittura una forte denuncia sociale: nel ritratto “la famiglia di Carlo IV” la descrizione che egli compie è spietata, i nobili sembrano dei fantocci, ed i loro sguardi tradiscono una stupidità infinità, poco adatta a dei reali. Le ombre si muovono rapide, strisciano e creano macchie, lasciando intuire quanto di marcio si possa celare dietro la nobile famiglia del re, la nobiltà mostruosa, del resto, era già stata rappresentata da Goya in un'altra acquatinta dal titolo “L'uomo vive per essere succhiato”.

Francisco Goya - La famiglia del re Carlo IV

Una lettura incredibilmente simile, sebbene caricata da una forte valenza “splatter”, si può trovare nel primo film di Brian Yuzna, “Society – The horror” del 1989: il giovane Bill, rampollo dell'alta borghesia di Beverly Hills scoprirà ben presto che la classe dirigente è composta da orrendi mostri antropofagi che succhiano la linfa vitale dei poveri.
Nel film di Yuzna l'atmosfera, grottesca è data anche da un sapiente uso della fotografia: la prima parte della pellicola presenta una fotografia patinata in pieno stile anni '80, che descrive lo sfarzo ed il lusso dell'alta società di Los Angeles, ma al tempo stesso getta un senso di inquietudine che crescerà sempre di più fino ad arrivare al climax finale, dove dominano i filtri rossi, le luci fioche e le ombre nette. Se nei primi 70 minuti, tuttavia, il grottesco era ridotto soltanto a una “sensazione”, nei restanti 20 minuti Yuzna ci regala una delle scene più truculente della storia del cinema, senza disdegnare il politicamente scorretto, l'ironia graffiante e una quantità di sangue talmente elevata che solo Peter Jackson nel suo “Splatters” del 1992 riuscirà a battere.

La scena dell'orgia finale
Yuzna, tuttavia, sfrutta in una maniera sorprendentemente creativa la tematica splatter, senza scadere mai nel rivoltante o nel volgare, ma usando il sangue e la violenza fisica in maniera espressionista, i borghesi si deformano, mutano la carne in un osceno ribollire di sangue ed ossa, assumendo le forme più inquietanti. Essi si cibano di altri esseri umani, i poveri (che sono “di un'altra razza”, come proclamato da un appartenente a questa casta) cui succhiano la linfa vitale, durante degli orrendi festini dove regnano depravazione e perversione (maestosa la scena dell'orgia incestuosa fra madre, padre e figlia). Il collegamento alle opere di Goya risulta immediato, ma non solo nel ritratto di corte, la stessa atmosfera allucinata, si ritrova in una delle più cupe fra le “pitture nere”, «il Sabba»: i colori scuri e sabbiosi (che ricordano la luce rossa delle scene finali della pellicola di Yuzna) sfociano in questa lunga striscia di tenebra e di abisso, le streghe dai volti deformi si addossano in semicerchio, assumendo l'aspetto di un'unica massa di carne pulsante, un miscuglio inconoscibile che osserva l'ascesa da terra del grande caprone. La stessa folla disumanizzata, uno dei temi prediletti (nonché scoperta socio-psicanalitica) di Goya, si ritrova in un'altra “pittura nera”, «Il pellegrinaggio a San Isidoro»: una processione di strani personaggi deformi, inquadrata in un paesaggio brullo ed arido, anticipando così di cento anni il «Viaggio al termine della notte» di Céline.

Francisco Goya - Il Sabba delle streghe
Francisco Goya - Pellegrinaggio a San Isidoro
La denuncia sociale, tuttavia, non è l'unico tema a rendere Goya un pittore così moderno, il suo intteresse per l'occulto, l'irrazionale e delle trovate al limite del blasfemo, avvicinano Goya ad un altro regista weird, Edmund Elias Merhige ed il suo «Begotten» del 1991.

Si tratta, senza ombra di dubbio, di uno dei film più inquietanti ed enigmatici del panorama cinematografico moderno, già a partire dal linguaggio: il bianco e nero distorto e confuso della cinepresa con cui è stato girato (che ricorda moltissimo lo stile musicale del Grunge, protagonista proprio di quegli anni), i personaggi muti e mascherati, l'incredibile colonna sonora composta da suoni provenienti dalla natura ed i contenuti al limite del blasfemo, ne fanno una delle massime espressioni del weird. Anche la trama risulta confusa: in un diroccato casolare in campagna, un uomo mascherato si suicida lacerandosi lo stomaco con un rasoio, alla sua morte, dal sipario posto dietro, compare una donna, che masturba il cadavere e rimane incinta, partorendo un figlio, una sorta di umanoide debole e gracile. Dopo un viaggio incontreranno una tribù di uomini incappucciati, che li sevizierà per poi ucciderli brutalmente, dal sangue delle due vittime nasceranno piante e fiori. A questo punto, arrivano gli shockanti titoli di coda, in cui lo spettatore confuso viene a conoscenza dell'identità dei tre personaggi: l'uomo mascherato è Dio, che con la sua morte genera Madre Natura, che a sua volta darà la vita al Figlio della Terra, entrambi martoriati dagli uomini (vestiti volutamente, tutti uguali).

Scena del suicidio in "Begotten"
Il parallelismo con Goya ha dell'incredibile, in quanto le scene di Mehrige ricordano drammaticamente un'altra “pittura nera”, «Le Parche»:sorprendente la somiglianza cromatica dei grigi fra il dipinto ed il film, le tre figure mitologiche hanno i volti deformi ed abbrutiti che richiamano terribilmente la maschere dei tre protagonisti della pellicola, il paesaggio di sfondo ricorda moltissimo la campagna vista nelle scene iniziali del film.

Francisco Goya - Le Parche
La violenza a cui è sottoposto lo spettatore durante la visione e l'angoscioso finale portano all'ultimo termine di paragone, l'ultima “pittura nera” nonché opera capitale della storia del'arte figurativa europea, «Saturno che divora un figlio»: immerso in un cupo sfondo nero, la figura di Saturno, con gli occhi fuori dalle orbite e gli arti mutilati dal buio, è ritratta mentre divora uno dei suoi figli, con una cura del particolare truculento che farebbe l'invidia di molti registi horror attuali. Non è soltanto la violenza e il forte impattivo emotivo, però, che accomuna le due opere: Saturno, che secondo la mitologia aveva mangiato i suoi figli per impedire loro di succedergli al trono, qui è rappresentato come un mostro antropofago, come se per vivere avesse bisogno di quel pasto cannibale, così come la morte dei due personaggi Madre Natura e Figlio della Terra, seppur brutale, contribuisce alla rinascita della natura. Saturno (Crono per i greci, signore del tempo), figlio di Urano (dio del cielo) e di Gea (madre terra), cacciò suo padre e sposò Rea, dalla quale ebbe molti figli, l'unico supersite, Giove, lo avrebbe spodestato. La morte che genera vita, come nelle prima misteriosa scena del film e come lo stesso Nietzsche predisse con la frase «Dio è morto»: la morte di Dio permette alla materia di prendere forma, come un sacrificio.

Francisco Goya - Saturno divora uno dei suoi figli
Un viaggio bizzaro quello del grottesco, confinato nei meandri del “carnascialesco” nel medioevo, malvisto nel Rinascimento, emerge timidamente nel Barocco per poi essere di nuovo ostracizzato dalla bellezza ideale del Neoclassicismo. Sarà proprio il Novecento a regalare al grottesco, al “weird” un posto di primo piano, in tutte le sue infinite sfaccettature. Film come quelli di Yuzna o di Mehrige (ma vale la pena ricordare anche Cronenberg, Lynch o Tsukamoto) hanno sconvolto il grande pubblico, spaventando non per i contenuti forti o truculenti, ma per la mancanza assoluta di possibilità di comprensione, terrorizzandoci per il loro essere così inaccessibili ed enigmatici.
Sarebbe banale, quindi, dire che la modernità di Goya sta nella critica sociale, nella satira politica o nell'interesse per l'esoterico ed il mostruoso, altrettanto scontato risulterebbe notare come la sua opera abbia aperto le strade all'Espressionismo o al Surrealismo: c'è di più dietro tutto questo, per la prima volta in secoli e secoli di tradizione pittorica, un uomo solitario ha avuto il coraggio di andare al di là del comprensibile, rifiutando la bellezza ideale rincorsa da tutti gli artisti, un grottesco come espressione dei meandri più oscuri ed incomprensibili dell'animo umano.
Per questo motivo le tele di Goya affascinano e inquietano al tempo stesso (come «Society» o «Begotten»), risultando, ancora oggi, tremendamente attuali.

                                                                                                                          - P.

lunedì 1 ottobre 2012

Monday in Music: Great King Rat - I Queen e il destino dell'anima.


«Great king rat died today                     «Il grande Re Canaglia è morto oggi
Born on the 21st of May                          Nato il 21 di maggio
Die syphillis 44 on his birthday               Morto di sifilide il giorno dei suoi 44 anni
Every second word he swore                  Spergiurava a ogni parola
And yes he was son of a whore               E, sì, era un figlio di puttana
Always wanted by the law»                   Sempre ricercato dalla legge»


Queste le parole pronunciate da un anonimo cantastorie in apertura a una poco conosciuta canzone dei Queen, Great King Rat.
Il narratore, apparentemente un girovago, un bardo, sembra, non sembra preoccuparsi del suo personale destino, tutt'altro  vestendo i panni di un improvvisato profeta mette in guardia radioauditore dal Rivale.
L’ambiguità espressa in questa canzone, che frutterà ai Queen un’accusa di satanismo, è lampante fin dall'inizio.
Mentre nella seconda parte i minacciosi anche se velati inviti a seguire il “Maligno” si fanno espliciti e soprattutto anti-biblici (ma non dimentichiamo che stiamo parlando di Freddie Mercury, di religione Parsi, che aveva una visione altra per quanto riguarda la Bibbia) , il tutto accompagnato musicalmente da un ritmo cantilenante e quasi suadente, nell'ultima parte il cantastorie riprende la parola esortando in maniera ancora più accorata a lottare contro il Malvagio. Nel ritornello si nota una traccia della famosa nursery rhyme, citata anche dai Genesis “Old king Cole was a merry old soul and a merry old soul was he” , qui rovesciata in senso moralmente negativo: “Il gran re canaglia era un vecchio porco e un vecchio porco fu” , che si contrappone alla pacifica bonarietà di re Cole.


 Del re traditore, canaglia, viene raccontato solo nella prima strofa ma c’è quindi ragione di pensare che il Rivale sia proprio lui. Anche nelle ultime battute si dice che “il malvagio lotterà” , al di là delle identificazioni col Signor dalla zampa caprina.

Semplice simbolismo o allegoria politica?
C’è di più in queste poche righe iniziali, che è la chiave di volta per identificare il Re Canaglia in qualcosa di meno terrestre: il nostro muore il giorno del suo compleanno e ciò può non essere un buon segno per un uomo. E certamente peggio di così, direbbero in molti, non si può!
Questo però lo diciamo noi, contemporanei intessuti di credo cattolico, volenti o nolenti, che comunque vedono fatti come il calendario, l’oroscopo, separati dalla pratica religiosa. Eppure abbiamo fatto un passo avanti, se pensiamo che fino a non molto tempo fa questi erano in certi casi anche condannati come stregonerie.
In epoca antica, invece, questi segni erano fondamentali indizi per comprendere il destino terreno e non della persona e il giorno di nascita era particolarmente importante (come d'altronde in un certo modo lo è ancora adesso) . Morire in questo giorno poteva quindi essere visto come l’annichilimento dell’esistenza in questione, come quando si chiude un cerchio esattamente nel punto in cui si era iniziato a tracciarlo. E, appunto, in società antiche in cui la credenza nell'aldilà era ancora più forte di adesso, ciò era una vera e propria condanna: se il cammino dell’uomo era terminato in quel giorno ciò significava che non era prevista per lui una continuazione dopo la morte, somma condanna in società che davano più importanza alla vita ultraterrena a discapito di quella mortale.

Dante ne parla in un altro verso, quando alle porte dell’Inferno (Canto III) riporta le parole dei dannati che invocano la morte dell’anima, l’annichilimento, appunto: nel caso in cui questa svanisse, non dovrebbero più soffrire. Questo si traduce, nelle loro parole, nel desiderio di non essere mai nati.
Vero è che, sempre parlando in senso metafisico, non si è mai parlato di un caso simile in letteratura sacra o meno, anche se di contro si potrebbe portare a esempio una sorta di ipotesi per falsificazione: i maggiori peccatori, quelli proverbiali, come Caino o i cesaricidi, sono dannati, quindi la loro anima è ancora esistente. E chi può aver peccato più di loro non meriterebbe almeno una menzione di “disonore” ? O sono talmente colpevoli da essere anche condannati a una damnatio memoriae? Vero è anche che, per la teoria cristiana, l’uomo è debitore solo di fronte a Dio dei suoi peccati, quindi non sta agli scrittori giudicare…

Ma queste sono elucubrazioni.
Il principio che ne rimane è che, oltre la morte, oltre la dannazione eterna, c’era qualcosa che ancora di più spaventava gli antichi (magari quelli più dotati di spirito di riflessione) : l’annullamento della propria esistenza, che si traduceva materialmente nel non essere ricordati (il contrario della gloria tanto ricercata dagli spiriti eletti) e spiritualmente nella morte dell’anima.
Ora c’è da dire: può una semplice casualità dovuta al fatto che un uomo è morto nel giorno sbagliato causare tutto questo? Probabilmente ci si è resi conto che effettivamente tutto il ragionamento aveva basi troppo legate, appunto, al caso, oltre che alla “contingenza” (di dantesca memoria) per dargli peso.
Però c’è qualcuno che a queste cose, invece, badava eccome, ed erano i calvinisti, che a loro volta si appoggiavano a una secolare tradizione in materia di predestinazione: l’uomo appare ancora prima del suo concepimento già beato o dannato, in un’ottica che vede il solo Dio arbitro di tutte le scelte.
Ancora al giorno d’oggi, nonostante la società sia molto più legata al concreto, e pare riservi alle questioni legate all'aldilà meno importanza che in passato, è sempre presente, anche sotto forma di modi di dire, il riferimento al Destino, che non è altro che quando detto prima: come si spiegherebbero altrimenti le accezioni di frasi innocenti come “doveva capitare” “era scritto” “è segno” ? Addirittura hanno acquisito un’accezione molto più vicina all'originale e si sono allontanate dal senso religioso che dovrebbe avere.


La domanda sorge spontanea: allora a cosa vale comportarsi rettamente e fare del bene, se tutto è già scritto? I calvinisti avevano la risposta pronta: una vita all'insegna del successo, della fortuna, era segno inequivocabile che si era destinati al paradiso. In caso contrario era lo stesso “Caso” che mostrava coloro che sarebbero stati dannati. Anche il successo in affari era visto come indicatore dello status di Eletti. O ci siamo dimenticati che una delle nazioni che registra il maggior numero di calvinisti è la Svizzera?

                                                                                                                     - R.