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giovedì 3 gennaio 2013

L'Arte tra noi:reportage di un inaspettato viaggio a Firenze



Cari lettori, in questo articolo ho deciso di raccontarvi la mia esperienza a Firenze, durante il periodo di otium natalizio. Fiorenza, per dirla alla medievale, sorprende sempre e ogni volta che passavo in Piazza della Signoria o davanti al Duomo non potevo far altro che lasciarmi catturare e avvolgere dalla magia e dalla bellezza dell’atmosfera. Ogni sguardo era sempre nuovo e ogni volta i miei occhi erano colpiti da qualcosa di diverso e di meraviglioso.
Un viaggio iniziato per caso, a sorpresa: alla partenza credevo andare da tutt'altra parte, poi quando ho imboccato l’autostrada non ho saputo trattenere la felicità: finalmente tornavo nella mia amata Firenze!
Come potete ben immaginare il soggiorno è volato, le ore sembravano sfuggirmi di mano; nonostante questo sono riuscita a (ri)visitare i luoghi artistico-culturali più importanti e celebri, tralasciando Palazzo Pitti, Palazzo Strozzi e la chiesa (ex granaio) di Orsanmichele.
Il mio tour è iniziato dalla Galleria dell’Accademia: sono rimasta molto soddisfatta dall'organizzazione del museo, nonostante ad accoglierci c’era una grande impalcatura per il restauro del Ratto delle Sabine del Giambologna.  Inutile stare a descrivere la bellezza delle tele esposte alle pareti: artisti come Paolo Uccello, Botticelli e Ghirlandaio presentavano il Quattro-Cinquecento fiorentino. La parte che mi ha lasciato più senza fiato però, è stata successivamente all’ingresso della Galleria dei Prigioni: ai lati del corridoio erano disposti sei Schiavi di Michelangelo, esempi di non finito, in origine destinati alla tomba di Giulio II.  Al termine dell’ampio corridoio c’era il David ad attenderci: non c’è statua più maestosa e imponente della citata. Con i suoi 410 centimetri (517 con la base) di altezza era il protagonista della sala. La sensazione che si prova davanti a cotanta grandezza è assai singolare: da una parte ci si sente miseri, finiti, un nonnulla per via della sua imponenza, dall’altra ci sentiamo vicino all’eroe, così grande e astuto ma umano come noi. Michelangelo con le sue idee legate al primato della ragione umana ha saputo tradurre mediante canoni classici quello che la filosofia ha espresso con fiumi di parole: grazie alla scultura qualsiasi uomo, colto o ignorante che sia, può riconoscersi infinitamente piccolo ma con il grande dono del pensiero di fronte al mondo naturale.
Proseguendo il giro verso sinistra mi sono immersa in una splendida gipsoteca dedicata al Bartolini, con i gessi disposti secondo la collocazione originale e accompagnate da tele realizzate tra il 1794 e il 1868 in occasione di bandi e concorsi promossi dall’Accademia.
Ponte Vecchio illuminato
A concludere il mio primo giorno a Firenze è stata la visita al celeberrimo Ponte Vecchio, meta fissa di tanti amanti che si scambiano teneri baci sullo sfondo della città d’arte per eccellenza interamente illuminata dalle luci della sera.
L’indomani il gallo ha cantato molto presto nella mia camera: gli Uffizi ci aspettavano!
Come da tradizione una lunga fila quasi chilometrica faceva da contorno al bel loggiato, ma grazie alla prenotazione me la sono cavata con 10 minuti di attesa. Bello come sempre, il corridoio vasariano mi ha levato il fiato per qualche attimo. E’ inutile descrivere a parole quello che a malapena gli occhi riescono a osservare, quindi lascio a voi lettori l’andare a curiosare tra le immagini e perché no, farci un salto e vederlo di persona ( un salto nel senso più metaforico possibile, perché per vedere tutto il museo ho impiegato circa 5 ore!).
Sale gremite di persone da tutto il mondo, tante espressioni di maraviglia espresse in diversi idiomi, sguardi persi, dita che indicano i dettagli delle tele… Questi sono gli Uffizi.. Luogo di “perdizione” per la vista, luogo in cui anche l’animo meno sensibile si riconosce con le forme delle figure rappresentate, luogo in cui si può ammirare e conoscere la vera Arte.
Purtroppo mi trovo a fare una puntualizzazione rispetto alla logistica della Galleria: la luce che illuminava le opere e anche quella della sala dedicata a Caravaggio non era delle migliori. Nella sala del Botticelli, dove si stagliano la Primavera e La Nascita di Venere a malapena si riuscivano a vedere i dettagli delle tele e l’atmosfera era piuttosto cupa. Al contrario, nell’ultima stanza dei caravaggeschi c’era troppa illuminazione e il vetro che proteggeva la superficie originale rifletteva l’ombra dello spettatore, non offrendo il massimo della vista.
Uscendo dagli Uffizi ho iniziato il tour “arte sacra” entrando in diverse chiese: la prima è stata Santa Maria Novella, con la Trinità di Masaccio, il Crocifisso di Giotto e il Pulpito nel quale una sola volta l’anno un  preciso raggio di sole illumina la storia dell’Annunciazione. Proseguendo sono entrata a Santa Croce, la quale accoglie tutte le tombe e cinetofori delle più grandi piume della letteratura italiana, poi un’infinità di altre chiesette minori, tutte con i loro affreschi risalenti ai secoli XIII-XIV che mi lasciavano sempre a bocca aperta.
Per concludere il percorso sacro non poteva mancare l’imponente e maestoso Duomo: mi sono fatta cullare dal profumo d’incenso, dalla luce fioca dei lumini, dai canti e dai colori dello stupendo Giudizio Universale che ricopre tutta la parte interna della Cupola, realizzato in piena epoca manierista (1572) dapprima dal Vasari e poi terminato da Federico Zuccari. (Egli stesso nel suo testamento ricorda di aver affrescato un immenso Lucifero, alto ben 13 braccia fiorentine (circa 8 metri e mezzo)).
Inebriata dalla preziosa atmosfera, mi sono lanciata nell’impresa titanica di salire ben 473 scalini per arrivare fino alla Lanterna della Cupola del Brunelleschi. Bella sfida per una come me che soffre di claustrofobia, ma per amore dell’Arte mi sono messa in gioco. Beh, che dire il risultato finale è stato sorprendente: sono stata così fortunata che non poteva esserci miglior giornata per ammirare Fiorenza dall’alto, l’aria di fine dicembre così fresca aveva spazzato via ogni nuvola e aveva lasciato il posto ad una vista da lasciar senza parole. I contorni erano nitidissimi, ogni tetto, ogni campanile, ogni vicolo si presentava nel migliore dei  modi, come se in ogni più piccolo angolo, la città si fosse preparata durante la notte per mostrare la sua parte più bella a noi visitatori.
Non c’è che dire, questo mio breve ma intenso viaggio mi ha reso davvero felice. Un ultimo saluto a Firenze l’ho voluto fare da Piazzale Michelangelo, meglio conosciuto come “belvedere”. Il crepuscolo del tramonto disegnava i contorni degli edifici e ci regalava un ulteriore e meraviglioso ricordo della culla dell’arte italiana.
Vista  da  Piazzale Michelangelo
Ora, non voglio concludere questo mio reportage né con un riferimento tecnico alle bellezze artistiche e né riferendomi  all’ottimo tour gastronomico che ha accompagnato le nostre visite culturali, ma piuttosto con un ringraziamento speciale alla persona che ha reso possibile tutto questo.
Cari lettori, questa è una dimostrazione di come l’Arte, o meglio, la passione per la stessa, si possa diffondere anche tra i meno esperti, anche tra coloro che dicono “tanto l’Annunciazione è sempre quello”.
Passeggiare tra le vie di una Firenze illuminata dalle luci natalizie con una persona accanto che dal nulla ti sorprende con un “ma quello è un arco ad ogiva!” oppure che riconosce la differenza tra putto, amorino e angelo davanti ad una tela del Perugino non ha prezzo. La soddisfazione che si prova a trasmettere la passione per l’Arte ad un altro spettatore è senza limiti, soprattutto quando l’amore estetico si coniuga a quello sentimentale. Non c’è regalo più grande nel vedere la persona che ci sta accanto organizzare un viaggio artistico solo per vedere il sorriso nel viso dell’amata, o ascoltarla parlare per ore di prospettiva e di proporzione dandole una felicità immensa.
E così, da “esperta” d’arte figurativa mi sono trovata “principiante” davanti ad un altro tipo di arte: l’Amore tanto raffigurato dagli stessi artisti che ho analizzato in quei giorni si è mostrato davanti a me nel suo modo più puro e più candido, davanti al quale ogni sorta di critica si inchina e si leva il cappello.
Grazie Andrea.
                                                                                                         -Federica.
Firenze ( con dettaglio del Campanile di Giotto) dall'alto della Cupola del Brunelleschi




mercoledì 3 ottobre 2012

Pittori vs. registi (parte 1): Goya ed il "weird".

Spagna, Fuendetodos 30 marzo 1746: nacque, ultimo di sei figli, un bambino che venne battezzato con il nome di Francisco. Dei suoi cinque fratelli la storia avrebbe cancellato ogni traccia, fino a farne dimenticare persino i nomi, egli invece sarebbe diventato il pittore del re, ed il più importante evento dell'arte figurativa in Spagna, dopo Velázquez e prima di Picasso.
Rifiutando la rivisitazione dell'antichità, meditando sul mistero della materia egli attraversa in un lampo tutto l'intervallo che separa il Rococò dalla pittura moderna, modernità che consiste nel rinnovamento assoluto che lo conduce ad esplorare un universo sconosciuto: in un momento storico drammatico egli, per primo, ripudierà le delicate e svolazzanti composizioni in voga, volgendo l'attenzione al grottesco, al brutto, al mostruoso che risiede nell'animo umano, «Il sonno della ragione genera mostri» si intitolava, non a caso, una sua celebre acquatinta.

Francisco Goya - Il sonno della ragione genera mostri
Pittore di corte ribelle, talmente abile da farsi gioco della nobile corte Spagnola senza che questi se ne accorgessero minimamente, veicolando nella sua pittura una forte denuncia sociale: nel ritratto “la famiglia di Carlo IV” la descrizione che egli compie è spietata, i nobili sembrano dei fantocci, ed i loro sguardi tradiscono una stupidità infinità, poco adatta a dei reali. Le ombre si muovono rapide, strisciano e creano macchie, lasciando intuire quanto di marcio si possa celare dietro la nobile famiglia del re, la nobiltà mostruosa, del resto, era già stata rappresentata da Goya in un'altra acquatinta dal titolo “L'uomo vive per essere succhiato”.

Francisco Goya - La famiglia del re Carlo IV

Una lettura incredibilmente simile, sebbene caricata da una forte valenza “splatter”, si può trovare nel primo film di Brian Yuzna, “Society – The horror” del 1989: il giovane Bill, rampollo dell'alta borghesia di Beverly Hills scoprirà ben presto che la classe dirigente è composta da orrendi mostri antropofagi che succhiano la linfa vitale dei poveri.
Nel film di Yuzna l'atmosfera, grottesca è data anche da un sapiente uso della fotografia: la prima parte della pellicola presenta una fotografia patinata in pieno stile anni '80, che descrive lo sfarzo ed il lusso dell'alta società di Los Angeles, ma al tempo stesso getta un senso di inquietudine che crescerà sempre di più fino ad arrivare al climax finale, dove dominano i filtri rossi, le luci fioche e le ombre nette. Se nei primi 70 minuti, tuttavia, il grottesco era ridotto soltanto a una “sensazione”, nei restanti 20 minuti Yuzna ci regala una delle scene più truculente della storia del cinema, senza disdegnare il politicamente scorretto, l'ironia graffiante e una quantità di sangue talmente elevata che solo Peter Jackson nel suo “Splatters” del 1992 riuscirà a battere.

La scena dell'orgia finale
Yuzna, tuttavia, sfrutta in una maniera sorprendentemente creativa la tematica splatter, senza scadere mai nel rivoltante o nel volgare, ma usando il sangue e la violenza fisica in maniera espressionista, i borghesi si deformano, mutano la carne in un osceno ribollire di sangue ed ossa, assumendo le forme più inquietanti. Essi si cibano di altri esseri umani, i poveri (che sono “di un'altra razza”, come proclamato da un appartenente a questa casta) cui succhiano la linfa vitale, durante degli orrendi festini dove regnano depravazione e perversione (maestosa la scena dell'orgia incestuosa fra madre, padre e figlia). Il collegamento alle opere di Goya risulta immediato, ma non solo nel ritratto di corte, la stessa atmosfera allucinata, si ritrova in una delle più cupe fra le “pitture nere”, «il Sabba»: i colori scuri e sabbiosi (che ricordano la luce rossa delle scene finali della pellicola di Yuzna) sfociano in questa lunga striscia di tenebra e di abisso, le streghe dai volti deformi si addossano in semicerchio, assumendo l'aspetto di un'unica massa di carne pulsante, un miscuglio inconoscibile che osserva l'ascesa da terra del grande caprone. La stessa folla disumanizzata, uno dei temi prediletti (nonché scoperta socio-psicanalitica) di Goya, si ritrova in un'altra “pittura nera”, «Il pellegrinaggio a San Isidoro»: una processione di strani personaggi deformi, inquadrata in un paesaggio brullo ed arido, anticipando così di cento anni il «Viaggio al termine della notte» di Céline.

Francisco Goya - Il Sabba delle streghe
Francisco Goya - Pellegrinaggio a San Isidoro
La denuncia sociale, tuttavia, non è l'unico tema a rendere Goya un pittore così moderno, il suo intteresse per l'occulto, l'irrazionale e delle trovate al limite del blasfemo, avvicinano Goya ad un altro regista weird, Edmund Elias Merhige ed il suo «Begotten» del 1991.

Si tratta, senza ombra di dubbio, di uno dei film più inquietanti ed enigmatici del panorama cinematografico moderno, già a partire dal linguaggio: il bianco e nero distorto e confuso della cinepresa con cui è stato girato (che ricorda moltissimo lo stile musicale del Grunge, protagonista proprio di quegli anni), i personaggi muti e mascherati, l'incredibile colonna sonora composta da suoni provenienti dalla natura ed i contenuti al limite del blasfemo, ne fanno una delle massime espressioni del weird. Anche la trama risulta confusa: in un diroccato casolare in campagna, un uomo mascherato si suicida lacerandosi lo stomaco con un rasoio, alla sua morte, dal sipario posto dietro, compare una donna, che masturba il cadavere e rimane incinta, partorendo un figlio, una sorta di umanoide debole e gracile. Dopo un viaggio incontreranno una tribù di uomini incappucciati, che li sevizierà per poi ucciderli brutalmente, dal sangue delle due vittime nasceranno piante e fiori. A questo punto, arrivano gli shockanti titoli di coda, in cui lo spettatore confuso viene a conoscenza dell'identità dei tre personaggi: l'uomo mascherato è Dio, che con la sua morte genera Madre Natura, che a sua volta darà la vita al Figlio della Terra, entrambi martoriati dagli uomini (vestiti volutamente, tutti uguali).

Scena del suicidio in "Begotten"
Il parallelismo con Goya ha dell'incredibile, in quanto le scene di Mehrige ricordano drammaticamente un'altra “pittura nera”, «Le Parche»:sorprendente la somiglianza cromatica dei grigi fra il dipinto ed il film, le tre figure mitologiche hanno i volti deformi ed abbrutiti che richiamano terribilmente la maschere dei tre protagonisti della pellicola, il paesaggio di sfondo ricorda moltissimo la campagna vista nelle scene iniziali del film.

Francisco Goya - Le Parche
La violenza a cui è sottoposto lo spettatore durante la visione e l'angoscioso finale portano all'ultimo termine di paragone, l'ultima “pittura nera” nonché opera capitale della storia del'arte figurativa europea, «Saturno che divora un figlio»: immerso in un cupo sfondo nero, la figura di Saturno, con gli occhi fuori dalle orbite e gli arti mutilati dal buio, è ritratta mentre divora uno dei suoi figli, con una cura del particolare truculento che farebbe l'invidia di molti registi horror attuali. Non è soltanto la violenza e il forte impattivo emotivo, però, che accomuna le due opere: Saturno, che secondo la mitologia aveva mangiato i suoi figli per impedire loro di succedergli al trono, qui è rappresentato come un mostro antropofago, come se per vivere avesse bisogno di quel pasto cannibale, così come la morte dei due personaggi Madre Natura e Figlio della Terra, seppur brutale, contribuisce alla rinascita della natura. Saturno (Crono per i greci, signore del tempo), figlio di Urano (dio del cielo) e di Gea (madre terra), cacciò suo padre e sposò Rea, dalla quale ebbe molti figli, l'unico supersite, Giove, lo avrebbe spodestato. La morte che genera vita, come nelle prima misteriosa scena del film e come lo stesso Nietzsche predisse con la frase «Dio è morto»: la morte di Dio permette alla materia di prendere forma, come un sacrificio.

Francisco Goya - Saturno divora uno dei suoi figli
Un viaggio bizzaro quello del grottesco, confinato nei meandri del “carnascialesco” nel medioevo, malvisto nel Rinascimento, emerge timidamente nel Barocco per poi essere di nuovo ostracizzato dalla bellezza ideale del Neoclassicismo. Sarà proprio il Novecento a regalare al grottesco, al “weird” un posto di primo piano, in tutte le sue infinite sfaccettature. Film come quelli di Yuzna o di Mehrige (ma vale la pena ricordare anche Cronenberg, Lynch o Tsukamoto) hanno sconvolto il grande pubblico, spaventando non per i contenuti forti o truculenti, ma per la mancanza assoluta di possibilità di comprensione, terrorizzandoci per il loro essere così inaccessibili ed enigmatici.
Sarebbe banale, quindi, dire che la modernità di Goya sta nella critica sociale, nella satira politica o nell'interesse per l'esoterico ed il mostruoso, altrettanto scontato risulterebbe notare come la sua opera abbia aperto le strade all'Espressionismo o al Surrealismo: c'è di più dietro tutto questo, per la prima volta in secoli e secoli di tradizione pittorica, un uomo solitario ha avuto il coraggio di andare al di là del comprensibile, rifiutando la bellezza ideale rincorsa da tutti gli artisti, un grottesco come espressione dei meandri più oscuri ed incomprensibili dell'animo umano.
Per questo motivo le tele di Goya affascinano e inquietano al tempo stesso (come «Society» o «Begotten»), risultando, ancora oggi, tremendamente attuali.

                                                                                                                          - P.

mercoledì 26 settembre 2012

"La nona luna" - speciale di fine mese: chi è Andrea Diprè ?

Il mese di Settembre sta per finire, voglio così inaugurare una piccola “tradizione” di questo blog: l’ultimo mercoledì del mese ci sarà un articolo un po’ diverso e, per iniziare nel modo migliore possibile, dedicherò questo primo speciale ad un vero “big” del mondo dell’arte, un uomo grazie al quale oramai tutti parlano di pittura.
Philippe Daverio? No, troppo banale. Vittorio Sgarbi? Beh... in un certo senso, ma in una versione rivisitata e corretta. Sto parlando del “monarca assoluto” della critica melliflua e retorica, del re dell’arte a buon mercato... Mr. Andrea Diprè!

il Prof. Avv. Dott. Andre Diprè, in tutta la sua maestosità
Oramai bazzicando il web (e specialmente i vari social-network o i blog) è fin troppo facile imbattersi nella sua figura, abbigliato in un modo che ricorda più un ingegnere che un critico d’arte, con dei tristi completini monocromatici ed il ciuffo al vento (che, ultimamente, complice un principio di calvizie, noto essere sempre meno rigoglioso), Andrea Diprè ha canalizzato l’attenzione della rete attorno a sé.  
Del resto, egli è «The most famous art critic in the world» come scritto sul suo sito, mica pizza e fichi.
Ma chi è, veramente, Andrea Diprè? Per fugare ogni dubbio basta una fare ricerchina su Google: questo personaggio è avvocato (fra l’altro laureato, sembrerebbe, con la dovuta “comodità” di chi si prende qualche anno in più per affrontare gli esami) ed ha militato in diverse fazioni politiche con esiti piuttosto scarsi, fin quando fu accolto a braccia aperte dalla Lega Nord. Del resto, il partito della Padania, che è il movimento politico con il minor numero di laureati secondo le statistiche, non poteva farsi sfuggire l’opportunità di avere fra le proprie fila un intellettuale dello spessore e del calibro del Prof. Avv. Dott. Andrea Diprè.

Diprè durante una delle sue conferenze
Tanto per essere chiari, quei titoli anteposti al suo nome, di sapore spiccatamente fantozziano, non li ho inseriti io con fare sarcastico, ma sono le cariche di cui egli stesso si proclama detentore.
Attualmente Diprè gestisce due canali televisivi privati su Sky dove propone imbarazzanti televendite mescolando allo stile di vendita in pieno stile Roberto da Crema, la sua verve da critico d’arte che, all’occhio attento, risulta come l’imitazione palese (e pure un po’ triste) di Vittorio Sgarbi; se poi si mescola a tutto questo una retorica melensa, fatta di termini prosopopeici ed ampollosi fini a se stessi e lessico vilmente trafugato dalla filosofia e condito con citazioni storpiate di alcuni grandi poeti o critici (esemplare è ormai la sua frase “l’arte è l’apparizione di una rosa fra le tenebre”, che sembrerebbe una degradazione della definizione che lo storico Jacob Burckhardt diede del Rinascimento Italiano) si ottiene un cocktail quasi letale. Nei suoi programmi Diprè si propone l’obiettivo di dare spazio ai «veri grandi artisti», quelli che per via delle «concrezioni saline di un’arte sempre più drogata proposta dal mercato» non riescono a trovare spazio e non ottengono la visibilità che meriterebbero. 

Il famoso mare del maestro Osvaldo Paniccia
Durante la presentazione gli aggettivi si sprecano e la ridondanza della sua prosa cozza violentemente con le creazioni dei suoi “artisti”, creando (spontaneamente o meno, non è dato sapere) un tremendo effetto comico nello spettatore. Di esempi ce ne sono: il ragazzo troppo cresciuto, Luciano Martinelli, che prende a modelli delle sue opere i robot dell’animazione nipponica, producendo poi disegni degni di un bambino delle elementari, il maestro «monarca assoluto della pittura» Osvaldo Paniccia, con la voce rotta dall’affanno e i suoi quadri dannatamente simili a quelli del becchino dietro il mio quartiere che, nei ritagli di tempo, si diletta di pittura, il romano Giacomo de Michelis che propone opere al limite della pornografia visiva, roba da far impallidire dipinti “scandalosi” come la 'Maya desnuda' di Goya o 'L’origine del mondo' di Courbet... l’elenco potrebbe continuare all’infinito!


In effetti, nel cercare i suoi “artisti”, sembra che Diprè ci prenda gusto nello scovare preoccupanti casi umani, cercando sempre dilettanti allo sbaraglio a cui regalare il tanto agognato “quarto d’ora di popolarità” che Andy Wahrol aveva teorizzato moltissimi anni fa, non disdegnando nemmeno incursioni nel porno-soft: memorabili sono la modella fetish Franca Kodi, che Diprè spaccia per «opera d’arte mobile» o la delirante intervista a Gaia Chon con il nostro critico, visibilmente in stato di ebbrezza, che ride come un adolescente quando la ragazza impugna il microfono con fare equivoco e, ultimo ma non ultimo, la performance delle due “dominatrici” fasciate di latex che maltrattano con cera e fruste degli uomini carponi, dove Diprè arriva a paragonare i segni delle frustate sulla schiena dei poveracci ai tagli sulle tele di Lucio Fontana.
Questa incursione nel porno-soft, sembra essersi fatta sempre più profonda, difatti è curioso notare come, nella pagina facebook di un critico d’arte del suo calibro, ci siano più foto che lo ritraggano fra pornostar, modelle da quattro soldi e milf rifatte, piuttosto che fra i dipinti, ma del resto la dice lunga il nuovo programma intitolato 'Diprè e la modella' dove, accanto al professore che discute alacremente dei fasti della pittura Veneta o dei Preraffaelliti, ci sia una ragazza intenta in spettacoli di lap-dance o softcore.

Diprè e la modella. Alcuni, a sinistra, riescono a vedere un quadro.
Ultimamente diventato anch’egli un meme (anche se, sfortunatamente, solo in Italia), Diprè ha fatto nuovamente parlare di sé grazie al suo recente ingresso in politica, «un nuovo grande progetto politico...trasformare l'utopia in realtà» lo definisce lui, annunciato con un ampolloso ed avventuroso proclamo, mandato in onda sulle sue due televisioni e diffuso anche via web. Un partito per gli artisti e gli ultimi, che porterà giustizia e che si proclama super-partes, il cui slogan è  «Meno male che Diprè c'è !»  (che curiosa sensazione di deja-vù).
Perché parlare di Diprè? Perché, effettivamente, Diprè rappresentate, senza se e senza ma, il sottoprodotto dell’Italietta moderna, fatta di prosopopea, ignoranza, battutine al limite della comicità infantile, vuotezza e, soprattutto, “bunga-bunga”, il tutto ostentato con il fare di chi ha l’arroganza di dire “lei non sa chi sono io”, un uomo che si approfitta della semplicità dei suoi intervistati, illudendoli con l’abbaglio di una carriera nel mondo dell’arte, per succhiare loro i pochi risparmi faticosamente messi da parte.
Forse proprio qui sta la vera “artisticità” di Andrea Diprè, nel suo riuscire a spacciare tutti quei “Teomondo Scrofalo” per degli artisti e le loro brutte pitture per capolavori al pari della Gioconda, l'applicazione perfetta della teoria «il medium è il messaggio» di Marshall McLuhan.

Un'altra opera che meriterebbe un posto al Louvrè vicino alla Gioconda !
I suoi video, oramai, hanno avuto diffusione virale su tutta la rete e la reazione è sempre la stessa: risate a non finire. Ma volendo guardare oltre, e magari indagare con un occhio più attento dal punto di vista sociale, le risate dello spettatore non sono altro che la manifestazione di due grandi teorie sul riso del Novecento, quella di Bergson e quella di Pirandello: come sostenuto dal primo, la risata ha la funzione di “castigo sociale” una reazione con cui la comunità percepisce, respinge e corregge ciò che avverte contrario allo “slancio vitale”, e cioè la vita stessa. In effetti come si fa a non percepire come “errato” il modo di fare mellifluo e adulatore di Andrea Diprè, che sembra incapace di riconoscere una “crosta” da una vera opera d'arte ?


Saranno forse due artiste scoperte dal grande critico ?
La sua incapacità di riconoscere nel talento, il suo abuso di termini aulici e letterari (molti dei quali usati impropriamente) e la sua espressione, a metà fra il divertito ed il pacioccone, perennemente stampata in volto anche quando recensisce i grandi artisti che scova per tutta Italia, sono dei comportamenti quasi meccanici, di chi non sa cogliere, e conseguentemente soffoca, la libertà auto-creatrice della vita.
Volgendo, però, l'attenzione verso gli “artisti”, la percezione del comico cambia e volge verso “l'umorismo” teorizzato da Pirandello: derelitti, casi umani, “freak” li chiamerebbero gli anglofoni, o magari “vinti dalla vita” (se volessimo fare una citazione verghiana), animati da un grande sogno e da grandi speranze, ma coperti dalla miseria e dalla rovina, con le loro brutte opere, il loro carattere sempre un po' sopra le righe e i loro “atelier”, che altro non sono che le loro case polverose, che più che mai assumono una valenza quasi simbolica del loro vivere.
In quel quarto d'ora che il Prof. Avv. Dott. Andrea Diprè concede loro, lo spettatore assiste al tentativo di ribalta di chi ha passato la vita ai margini e decide di rischiare tutto in quel brevissimo lasso di tempo, anche se sa che, probabilmente, si coprirà solo di ridicolo, facendo mostra più della propria miseria che della propria arte, miseria che noi poveri spettatori esorcizziamo con una risata.
                                                                                                                                    - P.
                               


lunedì 17 settembre 2012

Proemio...


Infatti, come quando i medici tentano di dare ai fanciulli

l’amaro assenzio, prima cospargono col dolce e biondo liquido del miele

gli orli del bicchiere tutto intorno,

perché l’ingenua età dei bambini sia ingannata

fino alle labbra e intanto beva fino in fondo l’amaro succo di assenzio

e, benché ingannata, non ne riceva danno,

ma, piuttosto, guarita in tal modo, divenga vigorosa,

così io, ora, poiché questa dottrina sembra per lo più essere

troppo astrusa per quelli ai quali essa non è familiare

e il volgo l’aborre e si ritrae da essa, ho voluto esporti

la nostra dottrina col melodioso canto pierio

e quasi cospargendola col dolce miele delle Muse,

per tentare se, per caso, io potessi con tale mezzo tenere avvinto

ai nostri versi il tuo animo, finché tu comprenda

appieno la natura e ti renda ben conto dell’utilità.”


Tito Lucrezio Caro - “De Rerum Natura”


Mi sono permesso di prendere in prestito questi versi (e non me ne voglia il poeta latino Lucrezio) per presentare questo spazio virtuale. Alla maniera dei grandi poeti, anche a me piace inserire un proemio per inaugurare ed introdurre questo blog, che tratterà principalmente di storia dell'arte e riflessioni sulla pittura, ma non disdegnerà incursioni nel mondo della musica, della letteratura e del cinema d'autore. La scelta del nome non è casuale: questo spazio virtuale vuole essere come un antro, un pensatoio dove poter condividere le mie riflessioni ed i miei pensieri sul vastissimo mondo dell'arte e della cultura.
Non sia il lettore spaventato dall'apparente tedio degli argomenti sopra introdotti: questo non vuole essere l'ennesimo blog pieno zeppo riflessioni cultural-filosofiche che portano solo noia e sconforto in chi è “di passaggio”, vuole essere un antro accogliente, non una dimora ascetica. Lo scopo di questo blog sarà squisitamente divulgativo, senza mai sconfinare nel nozionismo e nell'eruditismo fine a se stesso, per questo motivo mi pongo come obiettivo secondario quello di rifiutare una prosa pomposamente aulico, proprio per poter osservare quelle opere pittoriche, quei grandi capolavori del passato, con sguardo originale e fresco.
E qui, cari 25 lettori, avrete chiara la scelta dei versi di Lucrezio sopra inseriti: sarà mio preciso intento diffondere questi contenuti “pesanti” alleggerendo il più possibile l'argomento e rendendolo interessante, proprio come si era proposto il poeta latino nella sua opera.
Temo che questo “proemio” stia virando vertiginosamente dal verbale al verboso, quindi permettetemi di aggiungere che è un grande onore per me conoscervi e che mi auguro possiate apprezzare quanto verrà divulgato in questo spazio.
Buona permanenza.

Lo staff